di fate, streghe e spazi per sé

a room of my own
a room of my own

Non è un momento facile per nessuna, nel mondo, e so bene di essere tra le più fortunate, quindi faccio disciplinatamente i miei esercizi di gratitudine; sopporto il freddo di questa primavera che stenta ad arrivare e le continue umiliazioni che vengono da essere, ancora, la straniera, ultima arrivata, e con troppi diplomi che danno fastidio a un sacco di gente.

Credo anche per estensione che mi stia un po’ bene, una bella strigliata all’ego, un interessante cambio di prospettiva: ho passato la prima, lunga, parte della mia vita a pensare che essere la brava studentessa mi avrebbe salvata, che prendere diplomi fosse la via migliore per una ragazza che voleva pensare con la propria testa, che poi avrei potuto fare quello che sognavo; ora mi ritrovo a sentirmi dire sostanzialmente che ho studiato troppo, che il mio profilo fa ombra ed è troppo caro, ma anche che i titoli italiani valgono qui circa quanto in Italia valgono le lauree di tante colf, domestiche, fattorini, arrivati nella penisola dall’altra parte del mondo.

Bene. Io però ho un progetto e stavolta non mi lascio sviare, ci ho messo talmente tanto a dargli voce, che ora non può tacere : io continuerò a scrivere storie e a insegnare a ragazze e ragazzi la nostra bella lingua.
Quindi negli ultimi quattro anni ho abbassato la testa, e mi sono messa al lavoro, volevano dei titoli di studio locali, li ho presi, macinar diplomi è la cosa che so far meglio no?!, l’ultimo dovrebbe arrivare a giugno.
Il percorso è tortuoso e di nuovo trovo il mio bel contrappasso, io che tuonavo indignata contro il baronato accademico e rifiutavo ogni compromesso carrieristico, ora accetto la supervisione delle mie lezioni da chi insegna la mia lingua senza averla mai parlata, convinta che da chiunque ci sia qualcosa da imparare.
Intanto ho cominciato a insegnare. Come avessi vent’anni corro da una supplenza all’altra, sono felice, ma è faticoso e ogni tanto mi chiedo se abbia fatto la cosa giusta a emigrare, soprattutto ora che non posso tornare quando la nostalgia si fa stretta attorno al cuore.
Così arriva una di quelle sere in cui piango girando il risotto e mio marito si rivela giusto un filo meglio di quello di Julia Child, almeno il mio si accorge che non può essere colpa delle cipolle; ma come da ventitré anni a questa parte, le sue buone intenzioni non trovano le parole giuste, anzi dalla sua bocca esce l’ultima frase che avrei bisogno di sentirmi dire (e parte del problema è naturalmente che manca di allenamento, non sono io d’abitudine quella da consolare).
Ecco in quel momento sono stata veramente a un passo dal trasformarmi nella strega Amelia e condire il risotto con l’antigelo. Ma per una volta ho capito che dovevo fermarmi alle intenzioni, buone, e trovare io una soluzione immediata ancorché provvisoria ai miei crucci, il maggiore dei quali guardacaso era di non avere da troppo tempo uno spazio per me. Vero che fior di scrittrici hanno cominciato sul tavolo di cucina e che col lockdown siamo tutte su questa stessa barca, ma io quella sera nel risotto ho letto che dovevo trovare una via d’uscita. E mi è andata bene.

Ora sono qui, in due settimane ho trovato una stanza, a un prezzo ragionevole, avevo tenuto da parte i soldi della borsa letteraria per usarli per il mio libro, gli ho dato una casa; con un contratto breve perché è un edificio in attesa di demolizione, è attaccato ai binari e c’è un progetto di trasformazione, ma io da casa ci arrivo a piedi in 15 minuti o se prendo il lungolago in 20. E fra un anno spero che il cantiere in casa mia sarà finito e avrò un angolo per me, o almeno sarà finita la pandemia e non saremo tutti appiccicati in zoom.

Intanto io mi prendo del tempo da sola e non aspetto che mi diano il permesso di lavorare alle mie storie.


Anzi, meglio che da sola, oggi mi ha bussato alla porta la mia vicina, per fare conoscenza, a distanza, : “Ciao, mi chiamo N, ho un atelier artistico in cima al corridoio, per la verità io lavoro in ospedale, ma dopo aver passato un burn out, ho capito che le donne hanno bisogno di uno spazio per sé, dove prendersi qualche momento di ristoro. Allora ho fondato Le temps des fées, il tempo delle fate, le donne vengono a prendersi un momento di pausa fra sorelle. E quando ho trovato quest’edificio ho pensato che potremmo cominciare da qui, possiamo restare tre anni, poi chi lo sa, magari cerchiamo un altro posto tutte insieme, se vuoi da me c’è già la macchina del caffé e del thé”

E la primavera si fa sempre più vicina.

Tutta ‘sta sbrodolata per dire che va bene tenere duro, resistere, aspettare che le cose si sistemino, ma non fa bene aspettare troppo prima di inseguire i propri sogni, a volte è meglio mollare e cercare qualcosa che ci faccia stare bene subito, prima di mettere l’antigelo nel risotto.


Una bella storia e c’è anche Dante

Quest’anno finalmente seguo due classi dall’inizio alla fine, una la accompagno anche all’esame. Ahimé, prima di essere dichiarata adatta a insegnare nella scuola svizzera, devo superare ancora delle supervisioni, quindi non sono quasi mai in classe da sola. Ma la relazione con la mia collega è piuttosto serena e ho avuto abbastanza margine di manovra da poter proporre uno dei libri che avremmo portato all’esame.
A questo punto molti insegnanti scelgono delle versioni semplificate per stranieri di autori famosi, magari con gli esercizi già belli pronti a fine capitolo. Io purtroppo ho un’allergia per i rimaneggiamenti, alcune esperienze deludenti alle spalle, e un’innata attitudine a scegliere la strada più faticosa, perché la trovo sempre più interessante. Quindi preferisco scegliere un romanzo per ragazzi e fare io quell’operazione che va sotto il nome cacofonico di didattizzazione del testo.

Il 2021 è l’Anno Dantesco, io mi ritrovo presidente del comitato locale dell’omonima Società, e Luigi Garlando mi ha offerto un assist che ha reso la scelta obbligata: “Vai all’Inferno Dante!” diventa il nostro libro di lettura.

Considerando che i miei allievi studiano l’italiano come terza o quarta lingua e navigano tra un livello A1 e un B1, 338 pagine sono una bella sfida, che accetto baldanzosa. Organizziamo gruppi di lettura e discussione, assegnamo compiti di riassunto e riflessione, carichiamo il piano di lettura sulla piattaforma on line e ci avventuriamo verso la meta di incontrare dal vero il nostro autore in primavera e di arrivare preparatissimi.
A ridosso delle vacanze di Natale le mie truppe manifestano malcontento, il libro è lungo, prof, non capiamo, ci sono un sacco di parole che non troviamo nel vocabolario…
Senza perdermi d’animo rilancio: ” Va bene, capisco, per chi non conosce Fortnite o il calcio, alcuni capitoli possono essere difficili. Vi propongo di organizzare una scambio di competenze: ciascuno sceglie un tema e ne fa una piccola presentazione per aiutare gli altri a capire la storia, a gennaio iniziamo, poi le carichiamo tutte sulla piattaforma così le avete per ripassare prima dell’esame”.

Lasciare gli studenti liberi di fare è quasi sempre una buona scelta, io mi diverto a vedere la sfilata di powerpoint dai colori sgargianti e l’aria serissima con cui illustrano ai loro compagni i segreti della serie A o cosa sia uno schieramento 4 4 2 e la settimana dopo svelano le migliori strategie di Fortnite e i nomi dei rapper italiani più famosi. La prima a farsi avanti chiede la sera prima via whatsapp se la sua presentazione può essere valutata. Non era nei patti, serve una votazione democratica; al primo turno prevalgono i contrari alla valutazione; segue dibattito: – Ma scusate cosa vi costa, preparate una presentazione su quello che volete, vi imparate il testo, poi andate lì e vi prendete per forza un bel voto! – Beh, tu sei sicura di prendere un bel voto, io no!
L’interessata assiste alla discussione sempre più tesa, il suo ultimo messaggio era delle 23, evidentemente aveva lavorato parecchio e voleva il voto. Io taccio, non posso imporre la mia decisione, ma la invito a cominciare. Impeccabile, ha fatto un lavorone, alla fine siamo tutti potenziali campioni di Fortnite e lei ha gli occhi lucidi, vuole il voto, mi dispiace per lei.
Chiedo se ci sono domande. – Scusi prof, io non ho domande, ma vorrei cambiare la mia decisione, avevo detto che non volevo la valutazione, ma ora non mi sembra giusto che lei abbia lavorato così tanto e non abbia un buon voto. Chapeau. Vittoria a tavolino. Buoni voti in vista per tutti.

Le settimane avanzano e arriva il turno di chi proprio non voleva essere valutata; le capisco, oggettivamente hanno a disposizione meno lingua italiana degli altri, ma quando una ragazza ha attraversato mezzo mondo per arrivare qui con la sua famiglia e in tre anni si è imparata cinque lingue con un alfabeto diverso dal suo, diciamo che ha sviluppato ben altre competenze e una determinazione a passare l’esame che basterebbe per tutta la classe.
Chiedo cosa abbiano scelto come argomento: Luigi Garlando.
Impeccabile scelta, non ci ha pensato nessuno.
Il powerpoint ha la giusta dose di effetti speciali, agli studenti piacciono sempre, e una quantità di inciampi adeguata al livello linguistico. Le ragazze se la cavano con l’aiuto del testo scritto e con una certa frequenza ripetono: ” Garlando ci ha detto…”
Io onestamente penso che vogliano dire che hanno letto da qualche parte un’intervista e già sono ammirata per lo spirito da ricercatrici. Non le interrompo.
Alla fine le ringrazio e chiedo: ” Ma quando dite che Garlando vi ha detto, dove avete trovato le informazioni, avete un articolo che possiamo condividere coi vostri compagni?”
Mi guardano come fossi interdetta:
” Prof. E. gli ha scritto su Instagram e lui ha risposto!”

Allora caro Luigi, io non so proprio come le mie due E. e S., che masticano qualche frase di italiano a fatica, siano riuscite a scriverti, immagino che le loro domande siano partite in farsi o in francese o inglese, siano andate a Cupertino e ritornate in un qualche italiano e te le abbiano incollate in un messaggio, ma il fatto che tu abbia capito quanto fosse importante e trovato il tempo per rispondere, dà a tutto il nostro lavoro un senso vero.

Ora serve solo che ‘sto maledetto COVID ci dia tregua e che tu possa davvero rispondere all’invito che hai già accettato e venire a conoscere queste ragazze, che mi levano la pelle dalle ossa per infilare un accordo tra soggetto e verbo, ma poi mi fan gonfiare d’orgoglio e vedere un grande futuro.

Di cosa stiamo parlando?

Sono mesi che non scrivo, e sì che ne avrei avute di cose da dire, ma dato che un bel tacer non è mai scritto, e di questi tempi in troppi dan aria alla bocca e ginnastica alla tastiera, ho preferito astenermi.

Per altro non è che abbia tanto tempo, corro. Tenere aperta la scuola pubblica è un atto di civiltà che, oltre alla volontà politica, richiede gente che corra e io mi son ritrovata in una squadra in cui bisognerebbe essere a vent’anni. Quella degli ultimi arrivati che vengono chiamati per tutte le supplenze. Bello è, oggi ad esempio mi tocca l’ultima ora del venerdì pomeriggio, la più ambita.
Di solito torno a casa completamente tuonata, se l’immagine stanca ma felice ha un corpo, quello è il mio. Un po’ meglio degli inglesi sulla spiaggia di Dunquerque, almeno qui non bombardano dal cielo.

Alle 6.00 quando suona la sveglia, se la sento, dò un’occhiata ai giornali italiani. Stamattina pensavo di aver bevuto troppo. 1000 morti e parliamo del Natale?

È il quinto Natale da emigrati, tornare per le feste è uno dei fondamenti, o meglio delle fondamenta, le basi che ci hanno permesso di allungare le radici fin qui. Se in questi cinque anni abbiamo potuto anche solo pensare di mettere un po’ di radici a nord delle Alpi è perché quelle vere, quelle che sentono il profumo del Mediterraneo, erano ben nutrite e concimate. L’ho sempre detto, io posso stare qui se torno in Italia tutti i mesi.

Di più, ne ho fatto la base della mia nuova identità migrante. Io qui sono un ponte, insegno italiano e sono presidentessa di una prestigiosa associazione di promozione della lingua e della cultura italiane, (che si è appena aggiudicata un bel finanziamento per realizzare le celebrazioni dantesche del 2021 (!), sì alla faccia del Covid sto diventando piuttosto brava a scrivere victory speech). Ho vinto la mia prima borsa letteraria in quota italofoni.
Insomma ho mille e millanta motivi per voler varcare la frontiera il 19 dicembre. E altrettante possibilità di scrivermi una scusa.

Non ho fratelli, né sorelle, mia madre vive da sola, so che se provassi a dire che ho diritto alle deroghe per gli anziani soli e andarla a trovare per Natale, mi risponderebbe con uno sguardo più efficace del gesto dell’ombrello, chi la conosce può immaginare. Ma il finanziere alla frontiera non la conosce, potrei passare.

Ho in casa un adolescente che sta diventando esperto di DPCM, temo che legga più quelli dei piani di studio delle sue possibili future università. Diciamo che sta sviluppando competenze trasversali, utili qualsiasi strada decida di intraprendere, impegnative quando si tratta di discutere sulla destinazione delle vacanze.

Tutto queste righe per dire che sì, gente, vi capisco, la nostalgia in casa nostra si taglia col coltello; il Natale ci piace da matti, aspettiamo a fatica dicembre per mettere le lucine, accendiamo le candele tutte le sere e mia figlia ha la playlist Christmas hit fissa su Music. Ci manca l’Italia, gli amici, d’infanzia, i nonni, il cibo, la fidanzata, il profumo di casa, la lite tra panettone e pandoro, mio marito che tuona sono ateo, è tutta un’abbuffata consumista, ma poi non si fa sfuggire una portata; la sfilza di aperitivi di lavoro, i vicini della montagna e quelli di Milano, andare a sciare, il discorso del Presidente e il walzer tamarro da Vienna, Babbo Natale che viene giù dal camino anche se nessuno vuole più crederci, i segnaposti di cartoncino rosso con la scritta d’oro che sono sempre nello stesso cassetto e ogni anno ci ricordiamo di chi è stato con noi a Natale, mio suocero che il 22 dicembre affetta prosciutto con la Berkel come non ci fosse un domani e i miei figli che ne mangiano senza ritegno fino a star male; il giorno dopo quando riesco a mandare tutti a sciare e restare a leggere sul divano, la sera quando si litiga per scegliere il gioco di società, tra Catan e Carcassonne e poi per chi ha vinto e chi ha barato a Ticket to ride.

Ma a sto giro, e non dovrei essere io a dirlo, il gioco di società è uno solo, possiamo discutere del nome, restiamo vivi, oppure siamo seri, siamo tutti nella stessa barca, oppure è la pandemia ragazzi

Ma io propenderei per qualcosa che ci ricordi che siamo tra coloro che sono fortunati, se siamo sani, abbiamo una casa dove passare il Natale, del cibo da mettere in tavola e magari del vino per accompagnarlo, una connessione internet e uno schermo per salutare chi sta lontano, la bolletta dell’elettricità e del gas pagate fino all’anno nuovo, un lavoro a cui tornare dopo le vacanze, la possibilità di aiutare chi sta meno bene di noi. Mi sembra già tantissimo e cerco di ricordarmelo ogni giorno. La mia lista della gratitudine si scrive ormai da sola.

Vi voglio bene, mi mancate, ma resto qui; passerà, faremo cose belle e ci assembreremo tantissimo, tutti abbracciati a festeggiare.

Lin, Chiara, Carlotta e Nina

Il ladro di codici Alessandra Spada Solferino

E in questo autunno strano, un po’ entusiasmo, un po’ paura, le mie quattro ragazze tornano il libreria, insieme ai compagni di avventure del CRAC.

Tornano per chi mi legge, perché per me non se ne sono mai andate.

Lin, Chiara, Carlotta e soprattutto Nina, sono sempre a casa mia, partecipano alle vivaci discussioni adolescenti (belli gli eufemismi) con una battuta smorzatensione; protestano quando tocca riordinare o studiare roba inutile; apprezzano la buona cucina e il gioco di squadra; ogni tanto mi tengono sveglia la notte a risolvere un mistero; talvolta ascolto i loro problemi di cuore; ma soprattutto mi fanno divertire parecchio.

#IlLadrodiCodici @Solferino dal 22 ottobre nelle migliori librerie e prima ancora, cioè oggi, si può prenotare su quelle piattaforme che te lo mandano a casa.

La cucina di Francoforte DUE

È partita,
È arrivata,
Si è portata dietro dodici sedie e un tavolino, non li hanno neanche fermati alla frontiera.
Non c’è posto per niente di tutto ciò. E non abbiamo ancora cominciato i lavori. Sarà un bel cantiere.

All’annuncio: ” ci metterò dieci anni a restaurarla”, ho ricominciato a fare lo struzzo ché ci ho molte lezioni da preparare. Ho donato manodopera adolescente per lo scarico.

Buona domenica.

La cucina di Francoforte

Non scrivo mai del mio matrimonio, al mio consorte non piace, e lo rispetto. Quando però ci si sposa da giovanissimi e nel bene e nel male si resta insieme ben oltre la giovane età, succede che in alcune abitudini, comportamenti, modi di fare, non sia più così semplice dire dove comincia una persona e dove finisca l’altra.
Nel nostro caso poi molti elementi complicano questa distinzione; abbiamo studiato nella stessa università, con gli stessi professori, abbiamo lavorato insieme per quasi vent’anni, abbiamo fatto e disfatto case nostre e per altri discutendo su ogni interruttore fino allo sfinimento.
Abbiamo un modo di fare progetti insieme che sembriamo Sandra e Raimondo che si rubano la coperta sul lettone. Condividiamo la perversa passione per gli annunci immobiliari.
Strada facendo io ho scoperto che quell’immaginarmi storie per ogni casa che vedevo, poteva diventare immaginarmi storie e basta. Non ho sempre bisogno di passare dai tempi lunghi del cantiere per vedere il risultato, mi bastano le parole, a volte i disegni. Ho scelto di guadagnarmi da vivere altrimenti. Anche se le abitudini sono dure a morire, ufficialmente fare l’architetto non è più il mio primo mestiere.

Questo cambio di prospettiva ha avuto immediate conseguenze nel mio modo di fare progetti col mio consorte – sì anche se mi son chiamata fuori, abbiamo sempre una casa da ristrutturare insieme e viviamo perennemente in cantiere.
Con libera e serena determinazione ho affermato qualche mese fa:

Sai che c’è? A me non va più di discutere con te su ogni interruttore, l’ho capito che a te serve il contraddittorio per pensare, ma per me non è così, mi sfinisce. Quindi in questa casa fai quello che vuoi, tanto lo sai cosa mi piace, io mi tengo qualche scampolo di decisione, disegno le piastrelle, qualche tappezzeria, ma soprattutto decido la cucina. E non fingere che tutto il lavoro ricada su di te, tanto lo so che comunque toccherà a me avere a che fare con gli esseri umani, chiedere i soldi in banca, tenere buoni i vicini, controllare la tabella di marcia, avrò già abbastanza da fare così. Dovresti essere felice, delega e fiducia completa.

Per parecchi mesi il mio alacre consorte ha disegnato ogni chiodo della nostra casa. Ogni tanto mi faceva vedere, io proponevo qualcosa e lui rispondeva che come sempre avevo fatto lievitare il preventivo di cinquantamila franchi.
Nella sua foga di avere tutto disegnatissimo, regolarmente si avventurava nel progettare la cucina, ma io difendevo ogni piastrella, inflessibile come neanche Giovanna d’Arco:

-No, non mi avrai, sono ventitré anni che facciamo case raccattando al mercatino, dalla zia, arronzando e sistemando e non finendo mai una cosa prima di traslocare. Questa volta voglio una cucina indistruttibile e funzionale, da battaglia, la voglio in inox, lavabile col lanciafiamme. Non come al solito montata da noi, che poi rimangono gli spifferi dove mi si infila il rosso d’uovo mentre preparo la torta al cioccolato 9 minuti e lo ritrovo mummificato anni dopo nel trasloco (tutto vero).
E non mi imbonire dicendo che è una rivendicazione poco femminista , alla fine quella che passa più tempo in cucina sono comunque io.
Quindi la scelgo io, da qualcuno che di mestiere fa cucine, non sarà riciclata, rappezzata, fattene una ragione, potrei anche finire a scegliere la più amata dagli italiani, verranno dei professionisti a montarla e tu non avrai voce in capitolo, perché non puoi fare a meno di fare il raccattarumenta. Quando disegnerò il pavimento, potremo parlarne, forse parteciperai alla scelta dei colori delle piastrelle, se ti comporti bene.
Ma soprattutto la voglio nuova, almeno quella, almeno una volta in vita mia.

C’è da dire che la faccenda del comprare tutto al mercatino mi vede complice se non mandante da più di vent’anni. Prima era un nostro innocuo passatempo; poi è passato in versione 2.0 e io ho dimostrato una preoccupante fortuna nel vincere le aste online. Ho smesso quando una venditrice di lampade danesi me ne ha mandata una in omaggio come best buyer of the year e ho temuto che da lì al video poker il passo fosse breve, per fortuna compravo per i nostri clienti.

Il mio consorte quindi sa bene quali tasti toccare.
Ci sarebbe una cosa?
– Cosa?
– Ho trovato in vendita una cucina di Francoforte…

Per le persone normali, la cucina di Francoforte potrebbe essere un modo di cucinare i wurstel. Per gli architetti della nostra generazione e almeno un paio di quelle precedenti, è LA CUCINA.
Se i normali la cercano su internet, non la trovano per nulla speciale.
Una semplice cucina componibile come tutte oggi.

Cucina di Francoforte del 1926, ben conservata

Solo che le cucine oggi sono componibili perché nel 1926 Margarete Lihotzky – la prima austriaca a potersi dichiarare architetta, e pure femminista – ha disegnato una cucina standardizzata per alcuni quartieri di Francoforte, le Siedlungen di Bruchfeldstrasse, Praunheim e Ginnheim, progettati da Ernst May.
Non è una cucina componibile, è l’archetipo delle cucine componibili, l’ha progettata una donna e la si trova al MoMA di New York e in parecchi altri musei.

Ho alzato gli occhi al cielo e taciuto, mentre per una settimana l’internazionale dei raccattarumenta ha seguito con trepidazione la nostra asta; dall’Italia mio suocero si è detto disposto a ospitarla in campagna se non avessimo trovato posto da noi, poi in qualche modo si fa, ci vorrebbe un appartamento di sessanta metri – ho temuto lo comprassero apposta;
il collega berlinese ha messo a disposizione il furgone per andarla a ritirare, non vuoi mai che te la rovinino nella spedizione;
l’altro collega svizzero, che da anni la studia e la insegna, sembrava pronto a smantellare la sua cucina per farle posto, per fortuna sua moglie è solida.
La cucina di Francoforte è stata oggetto di conversazione anche durante il primo caffé al bar dopo mesi con amici non architetti, festeggiavamo la partenza di tutti i figli per gli scout e l’inizio di un weekend che è finito piuttosto alcolico, chi per festeggiare, chi per dimenticare la cucina di Francoforte.

E ieri sera, ahimé, mio marito si è aggiudicato l’asta al costo di una cucina componibile svedese che arriva nei cartoni piatti. ( il che per altro significa inequivocabilmente che è molto sgarruppata, altrimenti se la comprava il MoMA)
Solo che questa cucina è a Colonia e tocca andarla a prendere, qui lo spazio per accoglierla è ancora da costruire, aspettiamo i permessi dal comune.
So già che finiremo a dormire in macchina per farle posto. Intanto padre e figlio stanno organizzando un tour, che quando ci ricapita di andare in Germania col furgone, possiamo passare in un sacco di robivecchi e ciclisti. L’itinerario prevede anche un passaggio a Berna alla cinque giorni di extinction rebellion, perché a diciottanni le priorità sono molte. Io ho detto che se si fanno arrestare, li lascio lì, loro e la cucina e mi compro a rate la più nazional popolare delle cucine.

Il mondo ha bisogno delle ragazze

L’ho già detto che a me la vita arriva a ondate.
Forse succede a tutti così. Ma a me di certo parecchio.
Ci sono mesi in cui mi sembra di tirare a fatica un carretto a testa bassa, tipo un bue nei campi che vede solo dove posa i piedi. Poi ci sono altri mesi, a volte anni, in cui continuo a lanciare il cuore oltre l’ostacolo, a fare progetti, ma del genere aquilone che rompe il filo o messaggio nella bottiglia, che lo si lascia andare, ma non si sa se e dove arriverà.

Poi però, per fortuna, arriva il momento della raccolta e delle soddisfazioni. A me non è ancora capitato di poter scegliere né come né quando; di fare una cosa organizzata, un programma con un calendario. Ma sta succedendo che i miei libri si fanno, qualcuno li sceglie e li produce, qualcuno li sceglie e li legge. E questo ha qualcosa di miracoloso ai miei occhi.
Mi sembra ancora presto per crederci, ma sta succedendo.

Però anche i miei libri hanno vita propria e arrivano a ondate. Non riesco a essere precisa, come Isabel Allende che tutti gli anni, lo stesso giorno, si chiude nella casetta in fondo al giardino e inizia un nuovo libro. Beh forse quando si è Isabel Allende le cose vanno diversamente. Magari anche JK Rowling programma e organizza.

Io so solo che parecchio tempo fa mi sono immaginata un quaderno per ragazze, e ho cominciato a riempirlo di disegni e di storie, ma non troppo perché volevo avesse spazio libero, che ciascuna potesse riempire di sè.
E dapprincipio mi hanno detto che i libri per ragazze funzionavano rosa; poi che tutti gli scaffali erano occupati da idee grandiose multimilionarie. Ma io volevo quel quaderno e volevo fosse dedicato a mia figlia.

E a un certo punto il mio progetto ha trovato mani amorevoli e un po’ incoscienti come quelle di Settenove, una piccola casa editrice sulle colline che pubblica libri coraggiosi.
E quindi eccolo qui, e qui, e qui. E nelle migliori librerie da settimana prossima.

E mentre io inseguivo Lin, Carlotta, Chiara e Nina, Il mondo ha bisogno delle ragazze trovava la strada delle librerie, e come tutti i progetti a cui si è lavorato per tanto tempo, alla fine è diverso da come era partito, ma non poteva essere altrimenti è cresciuto nel viaggio.

Beh, mi saprete dire, io son qui che aspetto che arrivi oltralpe. Quella in foto è la mano di Monica Marinelli che tiene la prima copia.

So long Ken

Avrei voluto da tempo scrivere qui di come sta cambiando la mia vita. Quando la vita corre non si riesce a scriverla in un blog.

Negli ultimi tre anni ho fatto tre università, per qualche mese due alla volta, ho scritto tre libri e sono diventata presidente del comitato locale di una società letteraria fondata nientemeno che da Carducci;

All’origine di questa storia di sudore e fatica – ché sotto i capelli bianchi ci sono anche i neuroni arrugginiti e l’orgoglio di puntare per forza al miglior voto e ho talmente stretto i denti che ancora non riesco a smettere di serrare la mascella di notte- c’era la decisione di trovare un lavoro da fare in questo Paese che ci ha accolti, da qui alla pensione.

Io ho avuto la grande fortuna di poter ricominciare da zero, ci ho messo parecchio a vederla come tale, mi sentivo come quelli che al Monopoli pescano la carta ricomincia dal VIA, solo che il mio VIA era quarant’anni prima e a sud delle Alpi.
Ma a un certo punto ho capito che era una gran fortuna, come avere davanti una pagina bianca su cui poter scrivere il seguito della propria storia.

E in come io ho deciso di scrivere quel seguito c’entra molto Ken Robinson, che ha scritto e detto le parole giuste per me, quelle che avevo bisogno di sentire, nel momento in cui ne avevo più bisogno.

Nel seguito della mia storia ho scritto che voglio continuare a scrivere storie.
Ci ho messo una vita a capire che era quello il mio elemento; Ken dice che una delle difficoltà a capire quale sia il nostro elemento, è che facciamo fatica a prendere sul serio le cose che ci vengono facili e che pensiamo sia normale, non che sia un nostro talento. Quindi per molti decenni, nessuno ha pensato che io fossi brava a raccontare storie, molti che io fossi chiacchierona. E intanto io non sapevo che vedere le storie che racconto, sia una mia dote e non qualcosa che succede a tutti.

E invece io, Carlotta, Nina, Lin e Chiara, le mie ragazzine di cui fra poco uscirà la seconda avventura, le vedo proprio mentre le racconto, se mi concentro sento anche l’odore, e potrei andare avanti a raccontarle finché ci saranno occhi che vorranno leggerle.
La cosa più difficile è scrivere abbastanza veloce per acchiappare tutti i dettagli che mi passano davanti agli occhi. E grazie a Ken Robinson ho capito che questa magia me la devo tenere stretta, farle spazio nella mia vita, fino alla fine dei miei giorni.

Nella mia pagina bianca ci ho anche scritto che nella seconda parte della mia vita, io posso solo fare un lavoro che restituisca qualcosa di quanto ho ricevuto e sia utile non solo a me. E che mi permetta di uscire dalle mie storie e stare con altre persone, meglio se giovani come nelle storie.
E strizzando l’occhio a Ken, mi è stato subito chiaro che voglio essere una brava insegnante, di quelle che non si lasciano sfuggire il talento di Paul Mc Cartney (Ken era di Liverpool come i Beatles e nel suo libro ne racconta un pezzo di storia).

Ed ecco il mio progetto, insegnare italiano e arte, scrivere e disegnare storie.
Il Paese in cui vivo è generoso su molte cose, ma non sul riconoscimento dei titoli di studio. Quindi per poter realizzare il mio progetto ho dovuto fare grande esercizio di umiltà e parecchia fatica. Ma se c’è una cosa che so fare è studiare e così ho fatto, stringendo i denti. E le soddisfazioni stanno arrivando a mazzi.

E ora che sono a un passo dalla meta, ho il magone di non poterlo più incontrare come speravo, e dirgli: Ehi Ken, grazie, avevi ragione, vale sempre la pena di ricominciare, per essere felici.

Scodelle sospese

Quando ormai tre anni fa abbiamo deciso di vendere la nostra casa a Milano non è stato facile, non esattamente una scelta, ma una necessità. Gli affitti qui sono altissimi, mentre sono ottime le agevolazioni per mutui eterni, per chi compra una casa che non sarà mai veramente sua, chi può fa così. La nostra grande e bella casa milanese, sul mercato svizzero valeva giusto l’anticipo. Ma noi avevamo incontrato una casa da adottare, che ci assomigliava come nessuna. Era, è, sgarrupata, da rimettere a posto, quindi potevamo permettercela, noi ci adattiamo parecchio. Vicina alle scuole, alla stazione per tornare in Italia, al centro, ma anche alla campagna ché qui è tutto piccolo. Era piccola anche lei, non ci sono camere per tutti. Ma la scelta era semplice, o più camere o un micro giardino, e noi non abbiamo avuto dubbi.

E ora, in questi tempi di confinamento, le scelte non sembra più casuali. Ma inestimabili fortune, Siamo davvero estremamente fortunati. Anche se siamo pigiati e insofferenti. Possiamo seminare il prato e accendere un fuoco, ma anche vedere le persone che passano sul marciapiede, gli occhi all’altezza delle nostre insalate – i miei familiari si irritano, siamo veramente in strada, ma per me è il compromesso perfetto, anche il rumore delle auto mi sembra bellissimo di questi tempi. Dopo quattro settimane, la mia amica è passata tornando dal supermercato, è scesa dall’auto il tempo di depositarmi un cestino di fragole sul muretto, ci siamo mandate dei baci a distanza, ha visto i nostri capelli scompigliati. Il mucchio del compost orgoglio di mio figlio. Il lillà in fiore. Non abbiamo violato nessuna regola.

Otto il riccio

Da quando è finito il freddo, abbiamo messo fuori le scodelle dei gatti, davanti alla finestra del seminterrato. Loro sono al riparo, noi evitiamo discussioni su chi debba raccogliere i crocchini dal pavimento.
Il servizio di pulizia fuori è efficientissimo. Turni regolarissimi. I titolari vengono serviti all’ora stabilita, se sgarriamo anche di poco le manifestazioni di protesta arrivano al saccheggio.
Mangiano voraci, ma si saziano presto, convinti di poter tornare per un secondo giro, partono per la passeggiata serale.
A quel punto passa il gatto della vicina, a casa sua si mangia benissimo, ma sempre meglio controllare che si sa che la scodella del vicino…
Cala la notte ed arriva il più simpatico della compagnia, ballonzolante e spudorato, Otto il riccio spazzola tutto quello che trova, per essere sicuro di non perdersi nulla, entra a metà nelle scodelle, se è il caso le capotta.
Credo che settimana scorsa ci sia stata una resa dei conti, il gatto Vento ha chiesto a gran voce di poter rientrare e si infilato diretto nel lettone sotto la mia ascella. Da allora io ho aggiunto una scodella piena e quando arriva Otto, Vento resta a guardarlo da sopra il tavolo, a distanza di sicurezza, fino a che satollo Otto se ne va a balzelloni.
Noi lo osserviamo immobili, a luce spenta, con il naso contro il vetro della finestra all’altezza del terreno. Una volta ho cercato di fargli una foto, ci ha visti e si è appallottolato. Chi glielo spiega ora a Otto che le macchine ricominceranno a circolare e i suoi aculei nulla possono contro un pneumatico.

25 Aprile

Oggi è il giorno più difficile, dovrei essere a Milano, al momento forse a tavola, preparandosi per il concentramento delle 14.00 al Planetario. Punto.
Le uniche eccezioni tollerate sono state nel 2015, eravamo alla Rotonda della Besana per la mostra sul 25 Aprile a Museo dei Bambini e il 2016, andavamo a scuola, c’erano gli esami, non potevamo permetterci di perdere un giorno.

Per il resto, per me, il 25 Aprile è a Milano.

Ascolto i racconti dei partigiani alla radio. Quest’anno qualcuno in più manca all’appello, se l’è preso il COVID. Già il tempo corre veloce di suo, ora ci si mette pure il virus a toglierci pezzi di Storia. Tocca tenercela stretta per passarla in staffetta ai ragazzi di oggi.

E niente, oggi la nostalgia non si taglia neanche col coltello del pane, neanche con le mie liste della gratitudine.

Sono grata di essere sana, sono grata che lo siano i miei cari, sono grata che la mia città sia stata liberata settancinque anni fa.

Ma diamine ora bisogna che si trovi il modo di poter tornare a varcare le frontiere, tutti prudenti, tutti sani, ma tutti insieme.