La cucina di Francoforte

Non scrivo mai del mio matrimonio, al mio consorte non piace, e lo rispetto. Quando però ci si sposa da giovanissimi e nel bene e nel male si resta insieme ben oltre la giovane età, succede che in alcune abitudini, comportamenti, modi di fare, non sia più così semplice dire dove comincia una persona e dove finisca l’altra.
Nel nostro caso poi molti elementi complicano questa distinzione; abbiamo studiato nella stessa università, con gli stessi professori, abbiamo lavorato insieme per quasi vent’anni, abbiamo fatto e disfatto case nostre e per altri discutendo su ogni interruttore fino allo sfinimento.
Abbiamo un modo di fare progetti insieme che sembriamo Sandra e Raimondo che si rubano la coperta sul lettone. Condividiamo la perversa passione per gli annunci immobiliari.
Strada facendo io ho scoperto che quell’immaginarmi storie per ogni casa che vedevo, poteva diventare immaginarmi storie e basta. Non ho sempre bisogno di passare dai tempi lunghi del cantiere per vedere il risultato, mi bastano le parole, a volte i disegni. Ho scelto di guadagnarmi da vivere altrimenti. Anche se le abitudini sono dure a morire, ufficialmente fare l’architetto non è più il mio primo mestiere.

Questo cambio di prospettiva ha avuto immediate conseguenze nel mio modo di fare progetti col mio consorte – sì anche se mi son chiamata fuori, abbiamo sempre una casa da ristrutturare insieme e viviamo perennemente in cantiere.
Con libera e serena determinazione ho affermato qualche mese fa:

Sai che c’è? A me non va più di discutere con te su ogni interruttore, l’ho capito che a te serve il contraddittorio per pensare, ma per me non è così, mi sfinisce. Quindi in questa casa fai quello che vuoi, tanto lo sai cosa mi piace, io mi tengo qualche scampolo di decisione, disegno le piastrelle, qualche tappezzeria, ma soprattutto decido la cucina. E non fingere che tutto il lavoro ricada su di te, tanto lo so che comunque toccherà a me avere a che fare con gli esseri umani, chiedere i soldi in banca, tenere buoni i vicini, controllare la tabella di marcia, avrò già abbastanza da fare così. Dovresti essere felice, delega e fiducia completa.

Per parecchi mesi il mio alacre consorte ha disegnato ogni chiodo della nostra casa. Ogni tanto mi faceva vedere, io proponevo qualcosa e lui rispondeva che come sempre avevo fatto lievitare il preventivo di cinquantamila franchi.
Nella sua foga di avere tutto disegnatissimo, regolarmente si avventurava nel progettare la cucina, ma io difendevo ogni piastrella, inflessibile come neanche Giovanna d’Arco:

-No, non mi avrai, sono ventitré anni che facciamo case raccattando al mercatino, dalla zia, arronzando e sistemando e non finendo mai una cosa prima di traslocare. Questa volta voglio una cucina indistruttibile e funzionale, da battaglia, la voglio in inox, lavabile col lanciafiamme. Non come al solito montata da noi, che poi rimangono gli spifferi dove mi si infila il rosso d’uovo mentre preparo la torta al cioccolato 9 minuti e lo ritrovo mummificato anni dopo nel trasloco (tutto vero).
E non mi imbonire dicendo che è una rivendicazione poco femminista , alla fine quella che passa più tempo in cucina sono comunque io.
Quindi la scelgo io, da qualcuno che di mestiere fa cucine, non sarà riciclata, rappezzata, fattene una ragione, potrei anche finire a scegliere la più amata dagli italiani, verranno dei professionisti a montarla e tu non avrai voce in capitolo, perché non puoi fare a meno di fare il raccattarumenta. Quando disegnerò il pavimento, potremo parlarne, forse parteciperai alla scelta dei colori delle piastrelle, se ti comporti bene.
Ma soprattutto la voglio nuova, almeno quella, almeno una volta in vita mia.

C’è da dire che la faccenda del comprare tutto al mercatino mi vede complice se non mandante da più di vent’anni. Prima era un nostro innocuo passatempo; poi è passato in versione 2.0 e io ho dimostrato una preoccupante fortuna nel vincere le aste online. Ho smesso quando una venditrice di lampade danesi me ne ha mandata una in omaggio come best buyer of the year e ho temuto che da lì al video poker il passo fosse breve, per fortuna compravo per i nostri clienti.

Il mio consorte quindi sa bene quali tasti toccare.
Ci sarebbe una cosa?
– Cosa?
– Ho trovato in vendita una cucina di Francoforte…

Per le persone normali, la cucina di Francoforte potrebbe essere un modo di cucinare i wurstel. Per gli architetti della nostra generazione e almeno un paio di quelle precedenti, è LA CUCINA.
Se i normali la cercano su internet, non la trovano per nulla speciale.
Una semplice cucina componibile come tutte oggi.

Cucina di Francoforte del 1926, ben conservata

Solo che le cucine oggi sono componibili perché nel 1926 Margarete Lihotzky – la prima austriaca a potersi dichiarare architetta, e pure femminista – ha disegnato una cucina standardizzata per alcuni quartieri di Francoforte, le Siedlungen di Bruchfeldstrasse, Praunheim e Ginnheim, progettati da Ernst May.
Non è una cucina componibile, è l’archetipo delle cucine componibili, l’ha progettata una donna e la si trova al MoMA di New York e in parecchi altri musei.

Ho alzato gli occhi al cielo e taciuto, mentre per una settimana l’internazionale dei raccattarumenta ha seguito con trepidazione la nostra asta; dall’Italia mio suocero si è detto disposto a ospitarla in campagna se non avessimo trovato posto da noi, poi in qualche modo si fa, ci vorrebbe un appartamento di sessanta metri – ho temuto lo comprassero apposta;
il collega berlinese ha messo a disposizione il furgone per andarla a ritirare, non vuoi mai che te la rovinino nella spedizione;
l’altro collega svizzero, che da anni la studia e la insegna, sembrava pronto a smantellare la sua cucina per farle posto, per fortuna sua moglie è solida.
La cucina di Francoforte è stata oggetto di conversazione anche durante il primo caffé al bar dopo mesi con amici non architetti, festeggiavamo la partenza di tutti i figli per gli scout e l’inizio di un weekend che è finito piuttosto alcolico, chi per festeggiare, chi per dimenticare la cucina di Francoforte.

E ieri sera, ahimé, mio marito si è aggiudicato l’asta al costo di una cucina componibile svedese che arriva nei cartoni piatti. ( il che per altro significa inequivocabilmente che è molto sgarruppata, altrimenti se la comprava il MoMA)
Solo che questa cucina è a Colonia e tocca andarla a prendere, qui lo spazio per accoglierla è ancora da costruire, aspettiamo i permessi dal comune.
So già che finiremo a dormire in macchina per farle posto. Intanto padre e figlio stanno organizzando un tour, che quando ci ricapita di andare in Germania col furgone, possiamo passare in un sacco di robivecchi e ciclisti. L’itinerario prevede anche un passaggio a Berna alla cinque giorni di extinction rebellion, perché a diciottanni le priorità sono molte. Io ho detto che se si fanno arrestare, li lascio lì, loro e la cucina e mi compro a rate la più nazional popolare delle cucine.

Il mondo ha bisogno delle ragazze

L’ho già detto che a me la vita arriva a ondate.
Forse succede a tutti così. Ma a me di certo parecchio.
Ci sono mesi in cui mi sembra di tirare a fatica un carretto a testa bassa, tipo un bue nei campi che vede solo dove posa i piedi. Poi ci sono altri mesi, a volte anni, in cui continuo a lanciare il cuore oltre l’ostacolo, a fare progetti, ma del genere aquilone che rompe il filo o messaggio nella bottiglia, che lo si lascia andare, ma non si sa se e dove arriverà.

Poi però, per fortuna, arriva il momento della raccolta e delle soddisfazioni. A me non è ancora capitato di poter scegliere né come né quando; di fare una cosa organizzata, un programma con un calendario. Ma sta succedendo che i miei libri si fanno, qualcuno li sceglie e li produce, qualcuno li sceglie e li legge. E questo ha qualcosa di miracoloso ai miei occhi.
Mi sembra ancora presto per crederci, ma sta succedendo.

Però anche i miei libri hanno vita propria e arrivano a ondate. Non riesco a essere precisa, come Isabel Allende che tutti gli anni, lo stesso giorno, si chiude nella casetta in fondo al giardino e inizia un nuovo libro. Beh forse quando si è Isabel Allende le cose vanno diversamente. Magari anche JK Rowling programma e organizza.

Io so solo che parecchio tempo fa mi sono immaginata un quaderno per ragazze, e ho cominciato a riempirlo di disegni e di storie, ma non troppo perché volevo avesse spazio libero, che ciascuna potesse riempire di sè.
E dapprincipio mi hanno detto che i libri per ragazze funzionavano rosa; poi che tutti gli scaffali erano occupati da idee grandiose multimilionarie. Ma io volevo quel quaderno e volevo fosse dedicato a mia figlia.

E a un certo punto il mio progetto ha trovato mani amorevoli e un po’ incoscienti come quelle di Settenove, una piccola casa editrice sulle colline che pubblica libri coraggiosi.
E quindi eccolo qui, e qui, e qui. E nelle migliori librerie da settimana prossima.

E mentre io inseguivo Lin, Carlotta, Chiara e Nina, Il mondo ha bisogno delle ragazze trovava la strada delle librerie, e come tutti i progetti a cui si è lavorato per tanto tempo, alla fine è diverso da come era partito, ma non poteva essere altrimenti è cresciuto nel viaggio.

Beh, mi saprete dire, io son qui che aspetto che arrivi oltralpe. Quella in foto è la mano di Monica Marinelli che tiene la prima copia.

So long Ken

Avrei voluto da tempo scrivere qui di come sta cambiando la mia vita. Quando la vita corre non si riesce a scriverla in un blog.

Negli ultimi tre anni ho fatto tre università, per qualche mese due alla volta, ho scritto tre libri e sono diventata presidente del comitato locale di una società letteraria fondata nientemeno che da Carducci;

All’origine di questa storia di sudore e fatica – ché sotto i capelli bianchi ci sono anche i neuroni arrugginiti e l’orgoglio di puntare per forza al miglior voto e ho talmente stretto i denti che ancora non riesco a smettere di serrare la mascella di notte- c’era la decisione di trovare un lavoro da fare in questo Paese che ci ha accolti, da qui alla pensione.

Io ho avuto la grande fortuna di poter ricominciare da zero, ci ho messo parecchio a vederla come tale, mi sentivo come quelli che al Monopoli pescano la carta ricomincia dal VIA, solo che il mio VIA era quarant’anni prima e a sud delle Alpi.
Ma a un certo punto ho capito che era una gran fortuna, come avere davanti una pagina bianca su cui poter scrivere il seguito della propria storia.

E in come io ho deciso di scrivere quel seguito c’entra molto Ken Robinson, che ha scritto e detto le parole giuste per me, quelle che avevo bisogno di sentire, nel momento in cui ne avevo più bisogno.

Nel seguito della mia storia ho scritto che voglio continuare a scrivere storie.
Ci ho messo una vita a capire che era quello il mio elemento; Ken dice che una delle difficoltà a capire quale sia il nostro elemento, è che facciamo fatica a prendere sul serio le cose che ci vengono facili e che pensiamo sia normale, non che sia un nostro talento. Quindi per molti decenni, nessuno ha pensato che io fossi brava a raccontare storie, molti che io fossi chiacchierona. E intanto io non sapevo che vedere le storie che racconto, sia una mia dote e non qualcosa che succede a tutti.

E invece io, Carlotta, Nina, Lin e Chiara, le mie ragazzine di cui fra poco uscirà la seconda avventura, le vedo proprio mentre le racconto, se mi concentro sento anche l’odore, e potrei andare avanti a raccontarle finché ci saranno occhi che vorranno leggerle.
La cosa più difficile è scrivere abbastanza veloce per acchiappare tutti i dettagli che mi passano davanti agli occhi. E grazie a Ken Robinson ho capito che questa magia me la devo tenere stretta, farle spazio nella mia vita, fino alla fine dei miei giorni.

Nella mia pagina bianca ci ho anche scritto che nella seconda parte della mia vita, io posso solo fare un lavoro che restituisca qualcosa di quanto ho ricevuto e sia utile non solo a me. E che mi permetta di uscire dalle mie storie e stare con altre persone, meglio se giovani come nelle storie.
E strizzando l’occhio a Ken, mi è stato subito chiaro che voglio essere una brava insegnante, di quelle che non si lasciano sfuggire il talento di Paul Mc Cartney (Ken era di Liverpool come i Beatles e nel suo libro ne racconta un pezzo di storia).

Ed ecco il mio progetto, insegnare italiano e arte, scrivere e disegnare storie.
Il Paese in cui vivo è generoso su molte cose, ma non sul riconoscimento dei titoli di studio. Quindi per poter realizzare il mio progetto ho dovuto fare grande esercizio di umiltà e parecchia fatica. Ma se c’è una cosa che so fare è studiare e così ho fatto, stringendo i denti. E le soddisfazioni stanno arrivando a mazzi.

E ora che sono a un passo dalla meta, ho il magone di non poterlo più incontrare come speravo, e dirgli: Ehi Ken, grazie, avevi ragione, vale sempre la pena di ricominciare, per essere felici.

Scodelle sospese

Quando ormai tre anni fa abbiamo deciso di vendere la nostra casa a Milano non è stato facile, non esattamente una scelta, ma una necessità. Gli affitti qui sono altissimi, mentre sono ottime le agevolazioni per mutui eterni, per chi compra una casa che non sarà mai veramente sua, chi può fa così. La nostra grande e bella casa milanese, sul mercato svizzero valeva giusto l’anticipo. Ma noi avevamo incontrato una casa da adottare, che ci assomigliava come nessuna. Era, è, sgarrupata, da rimettere a posto, quindi potevamo permettercela, noi ci adattiamo parecchio. Vicina alle scuole, alla stazione per tornare in Italia, al centro, ma anche alla campagna ché qui è tutto piccolo. Era piccola anche lei, non ci sono camere per tutti. Ma la scelta era semplice, o più camere o un micro giardino, e noi non abbiamo avuto dubbi.

E ora, in questi tempi di confinamento, le scelte non sembra più casuali. Ma inestimabili fortune, Siamo davvero estremamente fortunati. Anche se siamo pigiati e insofferenti. Possiamo seminare il prato e accendere un fuoco, ma anche vedere le persone che passano sul marciapiede, gli occhi all’altezza delle nostre insalate – i miei familiari si irritano, siamo veramente in strada, ma per me è il compromesso perfetto, anche il rumore delle auto mi sembra bellissimo di questi tempi. Dopo quattro settimane, la mia amica è passata tornando dal supermercato, è scesa dall’auto il tempo di depositarmi un cestino di fragole sul muretto, ci siamo mandate dei baci a distanza, ha visto i nostri capelli scompigliati. Il mucchio del compost orgoglio di mio figlio. Il lillà in fiore. Non abbiamo violato nessuna regola.

Otto il riccio

Da quando è finito il freddo, abbiamo messo fuori le scodelle dei gatti, davanti alla finestra del seminterrato. Loro sono al riparo, noi evitiamo discussioni su chi debba raccogliere i crocchini dal pavimento.
Il servizio di pulizia fuori è efficientissimo. Turni regolarissimi. I titolari vengono serviti all’ora stabilita, se sgarriamo anche di poco le manifestazioni di protesta arrivano al saccheggio.
Mangiano voraci, ma si saziano presto, convinti di poter tornare per un secondo giro, partono per la passeggiata serale.
A quel punto passa il gatto della vicina, a casa sua si mangia benissimo, ma sempre meglio controllare che si sa che la scodella del vicino…
Cala la notte ed arriva il più simpatico della compagnia, ballonzolante e spudorato, Otto il riccio spazzola tutto quello che trova, per essere sicuro di non perdersi nulla, entra a metà nelle scodelle, se è il caso le capotta.
Credo che settimana scorsa ci sia stata una resa dei conti, il gatto Vento ha chiesto a gran voce di poter rientrare e si infilato diretto nel lettone sotto la mia ascella. Da allora io ho aggiunto una scodella piena e quando arriva Otto, Vento resta a guardarlo da sopra il tavolo, a distanza di sicurezza, fino a che satollo Otto se ne va a balzelloni.
Noi lo osserviamo immobili, a luce spenta, con il naso contro il vetro della finestra all’altezza del terreno. Una volta ho cercato di fargli una foto, ci ha visti e si è appallottolato. Chi glielo spiega ora a Otto che le macchine ricominceranno a circolare e i suoi aculei nulla possono contro un pneumatico.

25 Aprile

Oggi è il giorno più difficile, dovrei essere a Milano, al momento forse a tavola, preparandosi per il concentramento delle 14.00 al Planetario. Punto.
Le uniche eccezioni tollerate sono state nel 2015, eravamo alla Rotonda della Besana per la mostra sul 25 Aprile a Museo dei Bambini e il 2016, andavamo a scuola, c’erano gli esami, non potevamo permetterci di perdere un giorno.

Per il resto, per me, il 25 Aprile è a Milano.

Ascolto i racconti dei partigiani alla radio. Quest’anno qualcuno in più manca all’appello, se l’è preso il COVID. Già il tempo corre veloce di suo, ora ci si mette pure il virus a toglierci pezzi di Storia. Tocca tenercela stretta per passarla in staffetta ai ragazzi di oggi.

E niente, oggi la nostalgia non si taglia neanche col coltello del pane, neanche con le mie liste della gratitudine.

Sono grata di essere sana, sono grata che lo siano i miei cari, sono grata che la mia città sia stata liberata settancinque anni fa.

Ma diamine ora bisogna che si trovi il modo di poter tornare a varcare le frontiere, tutti prudenti, tutti sani, ma tutti insieme.

ANNULLATI

Nei giorni scorsi il mio ruolo di animatrice del micro villaggio vacanze cominciava a starmi stretto. Mi sembrava di non aver mai diritto a un momento di distrazione, o peggio, di concentrazione su qualcosa che non fossero i miei compagni di viaggio, di cui dovevo occuparmi oltre che per le esigenze fondamentali, igiene e approvigionamento, anche di mille necessità organizzative. Notavo con fastidio crescente, che quando il tempo non era organizzato o programmato da me, l’apatia riempiva il campo.
Mentre a me si allungava la lista di cose che avrei voluto fare in una giornata che comunque non bastava mai, a loro si allungava il numero di ore sdraiati o persi in uno schermo.
Io scalpitavo, pensando: potresti disegnare, suonare, leggere, imparare qualcosa, innaffiare l’insalata, cucinare, riordinare la libreria, la camera, almeno l’armadio…
Loro arretravano sempre più verso uno stato di letargo. Non tutti e tre allo stesso modo o nelle stesse quantità, ma nel corso della giornata il contagio apatico toccava tutti, l’impressione che anche il compito domestico più semplice fosse insormontabile, l’energia nella lamentela aumentava: ancora devo apparecchiare? Ma tocca a lei/lui, non è giusto…
A sera e mattina la litania: sono stanco/a…
E la mia tolleranza veniva erosa un pezzo alla volta.

Poi, stamattina, ho ricevuto un’email. Un buona notizia, ho pensato. Mi avrebbero rimborsato il costo del biglietto di un concerto che sapevo da mesi che non ci sarebbe stato.
Annullato.
Ma era davvero una buona notizia?
Da settimane combattiamo virtualmente con call center esausti, per cercare di recuperare gli acconti di vacanze e campi estivi già pagati. Nella maggior parte dei casi ci si perde comunque qualcosa. Quindi sì un rimborso è una buona notizia di questi tempi.

Ma quante cose sono state annullate nell’ultimo mese?
Ho provato a fare una lista.
– l’appuntamento dal dentista del 23 marzo. Era atteso da anni. Per una ragazza di sedici anni il momento in cui si toglie l’apparecchio è un traguardo sofferto. Una stagione che si chiude lasciando indietro imbarazzi e disagi, e una che si apre piena di promesse e sorrisi. Promessa non mantenuta. I dentisti sono ad alto rischio, non si sa quando riapriranno. E comunque togliere l’apparecchio senza poter andare a scuola sorridente, non ha lo stesso sapore.
– vacanza studio in Inghilterra. Avrei dovuto versare l’acconto entro il 30 marzo. Non abbiamo perso un soldo, quindi non l’abbiamo neanche contata tra le cose annullate. Ma dove lo mettiamo il tempo speso a scegliere la scuola giusta? La gioia di trovarne una che rientrasse nel nostro budget in cui si potesse fare teatro tutti i pomeriggi? Chissà cosa si era immaginata, la prima vacanza da sola, una tappa indimenticabile. Annullata.
– dieci giorni dopo suo fratello sarebbe dovuto partire per Londra, il nostro regalo per i diciottanni. Una caccia al tesoro lunga otto mesi, le nonne a novembre gli hanno regalato computer e Leica, il nonno il suo scanner per le pellicole e noi una settimana di corso di fotografia al London College of Art. Il corso ufficialmente non è ancora annullato. Il biglietto aereo non si può cancellare. Ma come pensare che a luglio possa andare a Londra. Altro grande pezzo che salta chissà a quando, il corso era per 16-18 anni, quelli non tornano indietro.
– vacanza in Bretagna. Il suo amico, quello con cui ha pranzato tutti i giorni dall’inizio della scuola, due giorni a casa nostra e due a casa sua, lo aveva invitato. Per la prima volta due settimane senza di noi, su un’isola selvaggia, con la famiglia del suo amico. Ci sembrava tanto tempo, era lontano, ci abbiamo pensato parecchio, parlato di tutti i dettagli, fino al fatto che avrebbe dovuto mangiare quello che c’era senza storie, ma lui era super convinto e felicissimo, abbiamo detto sì. Annullato.
– le nostre vacanze di Pasqua, volevamo tornare a casa nostra, in montagna, in Italia, avremmo scritto e riposato, senza il figlio minore, tra gli adolescenti era montata la ribellione, io resto qui o al massimo vado a Milano, perché se resta lui non posso restare anche io… discussioni faticose che consentono di crescere, mettersi alla prova, meritare gradi di libertà. Tutto annullato,
– la band che gli piace tanto si sarebbe riunita per un ultimo concerto dopo 10/20/1000 anni non lo so, ma so che ci teneva un sacco, si era messo da parte i soldi per il viaggio fino a Berlino, un weekend desideratissimo, immaginato in ogni dettaglio. Annullato.
– gli scout per l’anno di noviziato prevedono una sola grande attività: l’organizzazione e l’autofinanziamento di un viaggio. Ci lavoravano da mesi, prima la proposta, ciascuno aveva scelto una destinazione e preparato una presentazione per convincere gli altri. E lei li aveva convinti, sarebbero andati in Svezia. Avevano deciso che l’aereo inquina troppo, e loro sono scout, sarebbero andati in treno. Poi in bici, bus, traghetto. Ostello e tenda. Avevano fatto i conti, itinerario e budget, ci avevano lavorato per molti sabati mentre pulivano e imbiancavano la loro tana. Il noviziato scout è un anno importante, il passaggio da quando partecipi ad attività organizzate da altri, ad organizzare attività per gli altri, dall’avventura al servizio secondo i programmi di Baden Powell. Annullato anche quello.

E la lista continua, con la scuola chiusa e la primavera alla finestra.
E mentre noi adulti ci arrabattiamo, preoccupati di non perdere troppi soldi e di immaginarci modi per continuare a lavorare, loro vedono annullarsi uno dopo l’altro, progetti in cui avevano riposto sogni, speranze, energie.

E mi chiedo quanti annullamenti possa sopportare un adolescente, prima di sentirsi annullato.
E guardo con occhio diverso, il rifugiarsi sotto le lenzuola.

Lavoratori essenziali

La premier neozelandese Jacinda Arden in questi giorni ha definito la fatina del dente e il coniglio di Pasqua essential workers, ma ha anche spiegato ai bambini del suo Paese che in questi giorni Easter Bunny potrebbe avere qualche difficoltà a raggiungere tutte le case, perché anche lui deve restare in quarantena coi suoi coniglietti, di avere quindi pazienza.

Noi siamo stati fortunati, quest’anno la caccia all’uovo è stata tra le insalate

La lista della gratitudine

esercizi di sopravvivenza.

Un piccolo esercizio che mi porto dietro da tanto, non è invenzione mia, ma non so più chi me lo abbia insegnato. A naso direi La via dell’artista di Julia Cameron, ma non ho qui il libro per controllare. Comunque lo faccio da talmente tanto tempo da considerarlo roba mia.

Sembra semplice: ogni mattina, appena sveglia, fai una lista di dieci cose di cui essere grata, meglio se la scrivi in un quaderno, ma va bene anche solo elencarle in mente.

Facile facile nei periodi in cui tutto va bene, un altro paio di maniche quando le cose vanno storte, ma è proprio lì che val la pena di giocare, quando il gioco si fa duro…

Negli anni io ho affinato la tecnica, quando sento che il caso di riprendere l’esercizio, passo un paio di giorni a fare liste facili, cominciando da quelle cose così scontate da sembrare banali, ma prova a farne a meno…
i must tipo…. la salute (!).
Cominciare ogni mattina con un pensiero di gratitudine per il fatto di essere in salute, di questi tempi è tanta roba, se poi lo estendo ai miei cari, potrei farci liste per mesi.
Io però amo il lato pazzerello di quest’esercizio, concedermi di essere grata anche per le cose piccolissime e un po’ frivole.
Una delle regole del gioco è che la lista dovrebbe essere segreta, uno spazio solo per me, non sia mai che appaia sfacciata o provochi invidie. Il segreto permette di essere grate per cose minuscole che sono gioie solo per noi.

Visti i tempi grami però, e il bene che mi fa la mia lista mattutina, oggi la condivido, siate buoni, abbiatene cura.

Oggi, 10 aprile 2020, sono grata perché:

  1. Sono in salute. Due mesi fa su questo punto avrei avuto molto da eccepire, ho un problema a un orecchio che dovrò continuare a curare per sempre e delle restrizioni alimentari che mi proibiscono glutine e pomodoro – la pizza!- ma vi sembra un problema di questi tempi?!
  2. I miei cari sono in salute. È qualche giorno che non verifico le mie zie, ma ho sentito la mia compagna di università chiusa in casa da sola da un mese con la sua bambina di tre anni. Non ha ancora messo la bambina in lavatrice, direi che va tutto bene.
  3. Mi sono svegliata alle sei e tutti dormivano. Ho potuto fare la doccia in pace, senza nessuno che bussasse alla porta, entrasse, litigasse sul pianerottolo. Sembra poco, ma le madri mi capiranno, è una vera rarità, molta gratitudine.
    3 bis. L’ultima volta a Milano a fine febbraio, mi sono concessa un acquisto che desideravo da anni: una bottigliona gigante di shampoo alla camomilla, di quella marca che usano solo i parrucchieri e mia madre, a cui l’ho insegnata io nei bei tempi da single. La bottigliona è la regina della mia lista della gratitudine. 3 bis bis Per restare in zona vanità, non sarò mai abbastanza grata al momento di consapevolezza che mi ha fatto ammettere che non sarei mai stata capace di tingermi i capelli da sola; preso atto dell’offerta parrucchieri della Confederazione, ho scelto di accompagnare la mia testa verso l’incanutimento con dei semplici colpi di sole al solo scopo di evitare l’effetto Capitan Harlock. Ho eliminato alla radice il grave problema della ricrescita da quarantena. Ora bisogna che il virus si dia una calmata, perché se non riesco a venire a Milano dal parrucchiere per un taglio, più che Capitan Harlock sembro Barbie Vecchia. Ma è meno urgente, c’è sempre la crocchia stile Nonna Papera che si intona con l’eccesso di produzione dolciaria di queste settimane.
  4. Addirittura dopo la doccia sono potuta tornare a letto col PC, solo i gatti si sono accorti che ero sveglia. Se così non fosse ora non sarei qui a scrivere, ( per la verità l’individuo con cui condivido il letto ha appena bofonchiato che mi regalerà una tastiera silenziosa. Dato che lui guarda telegiornali e talk show fino alle due di notte e ricomincia con i video alle sei del mattino, potrebbe regalarmi direttamente una camera singola, come molte coppie chic di una certa età. Di quello potrei riempire una lista di gratitudine)
  5. Oltre a essere sana e lavata, ho un tetto sopra la testa. Anche questo affatto scontato visto come va il mondo e nel nostro caso la fatica che abbiamo fatto a trovare il coraggio di vendere la nostra bella casa di Milano, a trovarne una qui che ci potessimo permettere e a venire via dalla bellissima casa in affito a prezzi da usura.
  6. Mi ritrovo anche a essere grata per il ritardo nell’approvazione del nuovo Piano Urbanistico ( vent’anni di professione e non avrei mai creduto di scrivere una cosa del genere) ché se avessero rispettato i tempi e ci avessero dato il Permesso di Costruire, adesso al posto di essere strizzati in una casetta delabrée, vivremmo in un cantiere, bloccato, con il tetto scoperchiato, e i muratori in quarantena; o forse meglio ancora, saremmo accampati chissà dove e come, perché ci avrebbero detto che non si può abitare in casa mentre rifanno il tetto. Quindi stavolta, ben venga anche il ritardo dei lavori.
  7. Sono arci super grata che la nostra casetta abbia un fazzoletto di giardino. ( qui rischio le invidie e me ne scuso) È stretto tra le case come quello del vecchietto di Up, se decidiamo di mangiare fuori gli inquilini del condominio di fianco dai loro balconi ci vedono nel piatto tipo, passami il sale; i passanti dal marciapiede hanno gli occhi nella mia aiuola dell’insalata e quando la innaffio loro rischiano la doccia. Quelle matte di Gertrude e sua madre in cent’anni che hanno abitato qui hanno piantato ogni germoglio che è passato loro per le mani, e ora questo giardino matto è soffocato da due alberi enormi che entrano in casa con le radici, nei balconi dei vicini con i rami, minacciano il nostro tetto che tanto va rifatto, ma loro non lasciano spazio alle impalcature; come degli elefanti in un negozio di porcellane, fanno solo danni; potarli ci costerà un patrimonio, uno andrà abbattuto, ma intanto adesso abbiamo due alberi e se mi metto sul gradino all’ora giusta, riesco anche a prendere un po’ di sole.
  8. Sono grata anche dell’illuminazione che ha avuto mio marito subito prima che chiudessero tutto, di andare a cercare la verdura in una serra. Non ne avevano, ma io ho deciso all’istante di comprare le piantine d’insalata e di trasformare l’aiuola di Gertrude in un micro orto. È stato un lavoro ingrato, la terra era di sasso, abbiamo finalmente eliminato un orrendo bosso malaticcio e io ho voluto salvare uno a uno i rizomi degli Iris che da almeno cinquant’anni la stavano colonizzando. Ma domenica mangeremo la nostra insalata.
  9. Oggi sono grata anche della mattana che mi è presa l’anno scorso davanti alla montagna di rami e foglie secche che occupa l’unico spazio di sole, ho comprato a pochi soldi una macchina miracolosa, una specie di frullino per rami secchi, che puntualmente è rimasto impacchettato per un anno in assenza di volontari. Ma ieri ha avuto il suo momento di gloria mentre cercavo di spiegare al mio ragazzo grande, che nella vita è bene imparare ad andare a fondo nelle cose, ma bisogna anche allenare la capità di scivolare sulla superficie, con leggerezza. Che è normale in questi giorni sentirsi un po’ tristi, ma non è il momento di andare a fondo di questa tristezza, meglio tenersi occupati, restare in superficie. E cosa c’è di meglio che tritare rami pensando alle persone che ti hanno fatto arrabbiare? La professoressa di matematica delle medie che si dichiarava fascista? Frrrzzzammm sbriciolata. Il compagno di scuola razzista? Trzzzum frantumato, lui era quel ramo di rovi che pungeva parecchio. Il virus maledetto? Quello è un po’ duro, vale almeno tre rami. E tutte quelle belle briciole di legno, le abbiamo poi sparse nell’angolo dove buttiamo le bucce di verdura e faranno un compost buonissimo e appena potrò ci pianterò le zucche, che tanto loro corrono e sanno trovarsi il sole, e potrò essere grata anche di quelle.
  10. Sono grata che la nostra casa sia sulla strada che sale dalla stazione verso le vigne, pochi passi e siamo a scuola di mia figlia. Il cortile è sul bordo della campagna, qui non si usano i recinti, quindi possiamo coltivare l’idea matta di andare a fare due tiri in porta. Non ne abbiamo ancora avuto il coraggio, sembra troppo, ma prima che il mio ragazzino piccolo si spegna ancora di più credo che lo farò. Gli proporrò una fuga in orario bizzarro, per non incontrare nessuno. Io, lui e un pallone, come la Compagnia dei Celestini. Perché la nostra strada arrivata alle vigne svolta a destra, verso l’ospedale e ogni ambulanza che passa, lui diventa un poco più pallido. Ma se glielo chiedo dice che lui è tranquillo, che il virus non lo preoccupa, sono io che mi dimentico di essere la mamma di Fonzie.

SENZA PAROLE

Riassunto in immagini delle prime tre settimane di quarantena. E poi basta, solo disegni e favole.

Oggi è martedì 7 aprile, sono le 18.01, e io sono molto fortunata.
Siamo a metà della terza settimana di quarantena, stamattina sono andata a fare la spesa al solito supermercato. Avrebbe dovuto essere solo una perlustrazione per rinforzare le scorte fatte dieci giorni fa dal grossista per ristoranti.
Dal grossista avevamo cercato di resistere all’ansia per non passare da accaparratori, ma un pacco da cinque chili di spaghetti vale più di un ansiolitico, e con due adolescenti e un ragazzino in crescita in casa, non è neanche una grande scorta. Era la seconda volta che ci andavamo da quando siamo emigrati, arrivando presto si trova anche il pesce a prezzi italiani, un vero lusso. Anche loro hanno penuria di disinfettanti, la carta igienica è finita la prima settimana, ma stanno riassortendo tutto. L’unica controindicazione è la dimensione delle confezioni, ma l’inizio della quarantena ha portato l’organizzazione della zoom room nel seminterrato, l’unica stanza con presa di rete e porta, che ora convive con un’organizzatissima dispensa con tanto di inventario, su cui è una soddisfazione scrivere: spaghetti 5kg.

Quindi la dispensa è ben fornita, ma arriva la Pasqua e non vorrei restare senza frutta e verdura. Così oggi ho voluto fare un tentativo di normalità, tornare al supermercato vicino a casa, che ci è sempre sembrato deludente, e abbiamo per cinque anni integrato con la spesa dall’Italia, ma che forse, mi son detta ieri sera, può bastare anche da solo. E così è stato.
Sembra poco, ma per me è stata una scelta importante.

L’ansia in ciascuno prende le forme più disparate. Sappiamo che la corsa all’accaparramento di cibo è una delle reazioni primordiali più diffuse. A casa nostra alla chiusura delle frontiere è diventata l’idea che non avremmo più avuto la pasta buona, l’olio, il grana. Da qui il pacco da 5kg, ma anche l’inventario, che ci ha rassicurati sulle scorte d’olio, ma inquietati su quelle di vino. Perché qui in quarantena siamo a casa a tutti i pasti, e visti i tempi un mezzo bicchiere di vino non si nega neanche agli adolescenti, almeno il weekend, e la nostra cantina si è sempre rifornita in Italia.

Tutto ritorna lì, a sud delle Alpi, a casa. Di continuo.
La mia vita è stata da sempre, fin da bambina, fatta di prove di equilibrismo; appena mi adattavo alle situazioni più improbabili, paf che partiva nuovo la giostra, altro giro altro regalo, spesso non bellissimo, quasi sempre troppo per le mie spalle.
Non sto a fare la lista, ma la mia ricerca di equilibrio e a lungo di normalità, è lunga quanto la mia vita; poi per fortuna ho capito che la normalità non è cosa, e ho cercato solo un equilibrio.

Cinque anni fa ho pensato di poterne costruire uno in movimento, che anche la fissità non è nel mio destino – a quindici anni avevo già cambiato quindici case, roba da farne una professione. Non era stato facile, anche molto doloroso, ricominciare da capo in un Paese e una lingua non miei. Ma ne vedevo la fortuna, le opportunità per i miei figli, e con un po’ di sforzo anche per me. Ma la mobilità era condizione necessaria. Io posso resistere qui se torno ogni mese in Italia, dicevo. Siamo un esperimento sociale, credevo. Stiamo fondando un nuovo tipo di cittadinanza, i piedi da una parte, le radici dall’altra, il cuore in viaggio.
E ho iniziato la vita della supereoina, in incognito senza identità a nord delle Alpi, dove anche i miei titoli di studio, ancòra di salvezza che mi hanno sempre rassicurata, qui faticano a essere riconosciuti, oppure sono considerati troppo ingombranti; grandi soddisfazioni in patria, dove la scelta matta di mettermi a scrivere storie per ragazzi ha trovato orecchie contente di ascoltarle.

Poi a un certo punto, pochi mesi fa, un felice cortocircuito.
Io da parte mia ci avevo messo un bel po’ di pazienza e umiltà (tipo ricominciare a dare esami all’università dall’altra parte della cattedra, che se non vi vanno i miei titoli italiani, io me li prendo svizzeri), avevo seminato ma l’universo mi ha concimato il terreno, e il raccolto ha cominciato ad arrivare : ho vinto un borsa letteraria Pro Helvetia, una cosa qui molto prestigiosa.
Era vero, potevo cambiare mestiere, fare la scrittrice, insegnare arte e italiano mi avrebbe permesso di mettere il pane in tavola e conservare tempo per scrivere, disegnare, e tornare a casa tutti i mesi.
Forse è possibile, tutto si tiene. Niente più vita in incognito.
La felicità a un passo,
solo ancora qualche migliaio di pagine da studiare, un impossibile esame di dictée francese, ma non saranno questi gli ostacoli che mi spaventeranno.

E invece…
Invece COVID19.
E la frontiera diventa realtà. Strappo nel cuore.
Ero a Milano fino al 22 febbraio. Abbiamo fatto tutto quello che ci rende felici e non andrebbe fatto in pandemia, cinema, musei, pizzeria, parco giochi, librerie, aperitivi con gli amici, tanti tanti mezzi pubblici, poi abbiamo capito
Tornati qui, alla televisione la conferenza stampa a reti unificate da Berna, in tre lingue dicevano: ” per venire incontro alle esigenze delle imprese, la quarantena per chi è stato in contatto con pazienti positivi, sarà ridotta a cinque giorni”
5 giorni. le esigenze delle imprese. siamo carne da lavoro. non votiamo, paghiamo le tasse, lavoriamo, e basta.
Due settimane di follia. Mi sono messa in auto quarantena. Ho litigato con tutti quelli che non volevano capire. La pazza del quartiere. Ho chiesto a mia madre di venire qui, mi ha risposto: “meglio restare chiusa in casa mia che correre il rischio di non poterci tornare”.
Giovedì 12 marzo ho annunciato: ” voi domani andate a scuola e svuotate gli armadietti, poi restate a casa, non mi importa cosa decide la Confederazione, noi impariamo dall’Italia. La nonna è in quarantena, noi anche.”
Nel pomeriggio mi chiama un’amica, come me in tirocinio in un liceo, come me i genitori in quarantena in Italia, in più lei ha il marito biologo che non le nasconde nulla, : ” oggi al collegio docenti hanno annunciato che c’è un professore positivo, ma non dobbiamo dire nulla ai genitori, dobbiamo andare avanti, non si chiude”.
Credevamo di impazzire.
La sera stessa mio marito ha ricevuto l’allert del Politecnico, chiuso il campus con effetto immediato, si passa alla didattica a distanza. Ma il Politecnico ha i virologi, loro la sanno più lunga, o forse sono più preziosi. Gli altri continuino a lavorare.
Quel weekend è arrivato l’annuncio, finalmente, hanno chiuso anche qui.
E io ho cominciato a piangere, tutti i giorni.
Voglio andare a Milano. Il mio posto non è qui.
Cosa ci faccio con tre adolescenti malmostosi, al posto di essere a fare la spesa a mia madre? E portarla a chi non può?
Perché non sono lì a cucire mascherine per tutti?
Ogni giorno l’istinto di sfondare un posto di blocco come Telma e Louise, diretta verso sud.

Sono passati i fatidici quattordici giorni, mia madre sta bene, la mattina si veste, si trucca e si mette gli orecchini per rispondere alle mille riunioni in video. Ha chi le porta la spesa, lei la disinfetta fuori dalla porta, ha smesso totalmente di uscire. Le didattiche a distanza sono piovute sulle nostre teste, 6 didattiche per 5 persone, mancano solo i gatti. Ne appalto una, la nonna aggiunge alla sua agenda i compiti con il nipote. Alle 9.00 primo collegamento video.
Faccio un programma, organizzo le truppe.
Mi dò una regolata. Comincio a fare ogni mattina la lista delle cose per cui devo essere grata.
Piangere non serve. Alla frontiera mi blinderebbero.
Ricomincio una vita schizofrenica.

Di giorno animatrice del nostro micro villaggio vacanze, studio, gioco, sport, menù equilibrato, chiamate agli amici lontani, lavori domestici, piantiamo l’insalata nell’aiuola.
Di notte torno in Italia. Tutte le notti.
Prima solo a Milano, da mia madre; poi ho cominciato a viaggiare, a venirvi a trovare tutti, gli amici in Toscana, i cugini in Lazio, le compagne di scuola in Sardegna.

Faccio molto, ma non scrivo. Forse per la prima volta nella vita, sono senza parole. Sto.


Avrei un libro da finire, dovrò darmi una regolata anche su quello, la storia c’è già e le protagoniste mi stanno un sacco simpatiche, potrebbe essere un sollievo, ma io non so se voglio essere sollevata.
Un altro libro ha posticipato l’uscita. Mi chiedono di partecipare a mille iniziative, mi sembra bello, provo a fare un video. Lo riguardo e penso che rischio l’istigazione al suicidio.
Scusatemi. Non sono pronta. Sono sradicata.

Ci sto lavorando e le parole torneranno, ma ho bisogno di parole nuove, stanno germogliando, in fondo è la stagione giusta.
Ci sarà bisogno di ricostruire, allora ci sarò, ricostruire è proprio nel mio genere.

Ma per il resto, perdonatemi. Sono disponibile a leggere storie, fare molti disegni, confortare per telefono, cucinare cose buone, guardare film, leggere istruzioni di giochi complicatissimi, ma non riesco a scherzare sul virus, neanche troppo a parlarne.

Ora sto resistendo. Poi, forse, potrò raccontarlo.

Progetti del cuore: teenimmigration

L’ho detto spesso quanto sono orgogliosa di essere amica da molti anni di Elena Granata e delle sue sorelle Anna e Chiara.
Elena ha iniziato una recente intervista dicendo che le cose importanti nella vita capitano per caso. Per caso noi ci siamo laureate lo stesso giorno, abbiamo avuto il primo figlio nello stesso anno, poi la seconda e il secondo, la terza e il terzo. Ci uniscono cene e vacanze con i figli piccoli, poi adolescenti. Poi, per caso, io sono emigrata e lei ha aperto le porte di casa a uno, poi due, poi ho perso il conto a quanti, ragazzi minorenni arrivati da lontano, da soli.
Mentre io e i miei ragazzi affrontavamo le asperità dell’emigrazione sul tappeto rosso, della generazione dei cervelli in fuga a cui paesi come la Svizzera spalancano le porte, ma che nei cortili della scuola deve ancora fare i conti con il più becero dei razzismi “facciamo che gli italiani sono i mafiosi e gli svizzeri sono la polizia” o aggiornandosi ” facciamo che gli italiani sono i pizzaioli che evadono le tasse e gli svizzeri la guardia di finanza”; intanto Elena e le sue sorelle si inventavano https://www.teenimmigration.it/ ricerca che più sul campo non si è vista. Loro il campo se lo sono portato in casa, inziando per caso con una vacanza tre anni fa, in cui le tre sorelle hanno accolto tre ragazzi minorenni africani ospiti di una comunità, per dar loro l’opportunità di entrare in una casa e dividere la vita di una famiglia italiana anche solo per pochi giorni.
I giorni sono diventati di più e le famiglie intorno a loro continuano ad aumentare. Perché non si tratta semplicemente di fare una buona azione, quello che abbiamo da imparare da questi super-ragazzi, come amano chiamarli, è più di quanto abbiamo da insegnare. Loro sono partiti bambini in cerca di fortuna, per aiutare la famiglia hanno affrontato viaggi e pericoli inimmaginabili, ma continuano ad avere l’età dei nostri figli, sogni e speranze non così differenti anche se maturati per forza alla velocità del viaggio. E il passaparola del quartiere trova spazio a quaranta ragazzi, che sono una goccia nei 45.000 minori non accompagnati oggi in Italia. Ma se l’iniziativa di tre famiglie crea accoglienza, ma soprattutto possibilità di un futuro, per decine di giovani, allargando un poco il passaparola chissà dove potremmo arrivare…
Io sono emigrata, emigrazione di lusso, ma cinque permessi di soggiorno da rinnovare, i miei titoli di studio considerati tappezzeria, una lingua nuova da imparare, li considero il mio contrappasso. Non posso aprire le porte di casa, ma ho scelto di lavorare in una scuola pubblica dove in ogni classe si incontrano dieci nazionalità e altrettante lingue, e di fare la mia parte per passar parola.