il coraggio della fotografia

Il mese scorso per distrazione ho accettato di rilasciare un’intervista. Ero convinta si sarebbe trattato di qualche domanda veloce al telefono. Invece no. Quando la giornalista mi ha proposto di incontrarci a pranzo a Losanna, mi è sembrato scortese tirarmi indietro, comunque sarebbe stata l’occasione per conoscere qualcuno in questo paese in cui stento a metter radici e provare un ristorante sconosciuto. La chiacchierata è stata molto piacevole. Ma ho capito troppo tardi che sarebbe stata seguita da un servizio fotografico – a casa mia.
La settimana era di quelle da dimenticare, sabato all’alba saremmo partiti per l’Inghilterra, il venerdì oltre a essere la vetta del caos domestico era quel giorno del mese in cui ci meriteremmo tutte di poter restare a letto con una tisana a leggere un romanzo, e non è scritto nella costituzione solo perché non abbiamo ancora abbattuto il patriarcato.
Ma l’universo di questi tempi è gentile con me. Così a casa mia è arrivato il fantastico Salvatore Vinci che vive tra Atene e Zurigo e davvero sa come mettere a proprio agio davanti all’obbiettivo; ha conquistato mio figlio minore con la comune fede interista, e a suon di “che si deve fa’ per campà” abbiamo messo insieme un servizio sugli italiani in Svizzera per il Magazine Migros.

Ora quest’evento di per sè minimo sta avendo una serie di conseguenze impreviste che mi fanno riflettere.

  1. L’intervista è uscita settimana scorsa, un micro trafiletto per il quale la giornalista si è scusata, avrebbe voluto scrivere di più ma si sa come vanno i giornali. Si figuri Patricia non importa, peccato che da più di un’ora di chiacchiere, sia rimasta fuori contesto la frase sulla carta igienica. Mi ha scritto aggressiva una conterranea da Berna accusandomi di denigrare Milano e il nostro Bel Paese agli occhi degli svizzeri che non aspettano altro, in quale scuola dissestata avevo mandato i miei figli? Ecco se servisse una lezione su come poche righe possono essere travisate. Io adoro la mia città, ne ho nostalgia, soprattutto della scuola in cui ho creato tanti legami duraturi e dove torno spesso. Ma credo anche fermamente che se possiamo fare qualcosa per il nostro Paese è raccontare le cose come stanno, nella speranza di cambiarle.
  2. Non mi piaccio in fotografia; è l’unico residuo di vanità che mi resta, potrei anche chiamarlo pudore, comunque come dice la mia amica Margherita, la Ferrante è un genio. Detto ciò credo che tutte dovremmo essere più clementi con noi stesse. Ricordo nettamente quando ho dovuto scegliere una foto per il lancio di Faccio Quello Che Posso non ero per niente felice dell’unica che avevo trovato, mi sembravo vecchia e grassa. Riguardandola ora, accanto allo scatto professionale di Salvatore, mi sembro oggi ancora più vecchia, più grassa e anche più triste. Ma andando un pochino oltre posso dare un nome a tutte quelle cose. Sono stata molto triste di essere emigrata, è stata dura non avere amici e dover imparare una nuova lingua e non poter lavorare come prima. Fa freddo qui per me, e le palestre sono carissime, non ho nessun aiuto in casa e i miei figli hanno avuto bisogno di me. A lungo quindi non ho trovato tempo e voglia per fare sport. Non ho neanche il mio bel farmer market dove chiacchierare con le amiche mentre si compra frutta e verdura allegra. Ho preso diversi chili, fatti di tristezza, formaggio, e solitudine.
  3. MA, in tutto quel tempo ho scritto e disegnato due libri, pensavo fosse un’ancòra di salvezza, ma mi è piaciuto davvero. Ho deciso di continuare a farlo e pare proprio che sarà così . QUINDI le cose cambiano. Ho passato il C2 di francese, non posso pretendere di più, parlerò sempre buffo, ma devo cominciare a dire di sapere questa lingua. Ho deciso di cambiare mestiere, circa. Non so smetterò mai di dire che sono architetta, ma voglio avere il coraggio di dire: scrittrice e illustratrice. E allora ci ho attaccato anche, di nuovo, insegnante, che mi è sempre piaciuto. Ho preso un master in insegnamento e promozione della lingua e della cultura italiana a stranieri. E poi ho ricominciato a studiare, letteratura italiana, e l’ho trovato bellissimo, tipo che tutti dovremmo tornare sui classici da grandi. E sono stata ammessa alla quasi impossibile Haute Ecole Pédagogique. E questo weekend la mia vita sociale svizzera ha avuto un’impennata quasi milanese, ho festeggiato con amiche italiane e siamo stati invitati a una cena da amici scout, quasi come ai vecchi tempi.
    A fine agosto avrò la mia prima classe. E in mezzo ci saranno parecchie sorprese e una vacanza al mare e forse allora sulla mia faccia si leggerà tutto questo.

Se son donne fioriranno, di Margherita Belardetti

Margherita Belardetti, Se son donne fioriranno, Piemme

Per i miei figli è sempre stata la zia Marghe, mamma delle Volpi, e ha abitato in Valsesia, ben prima che lo facesse davvero. Per me è un’amica, prima di mia madre, poi soprattutto mia, senza la quale non avrei la mia adorata casetta tra i monti, tanti intramontabili pezzi di lessico familiare e indimenticabili passeggiate ben concluse con le gambe sotto il tavolo.
Ha sempre scritto e disegnato, conservo dei meravigliosi fumetti d’incoraggiamento che mi mandava da Vienna quando io dodicenne giacevo immobilizzata dopo essere stata investita da un’auto, e i miei figli hanno vissuto la meraviglia di trovare una lettera a loro indirizzata e meravigliosamente illustrata, sulla fontana di un alpeggio in cima ai bricchi.

Oggi però la zia Marghe ha scritto un libro da grandi. E se da tempo penso che vorrei crescere come lei, libera e un po’ bizzarra, sgambettante tra i monti scrivendo e disegnando, queste pagine me ne danno un motivo in più.
La sua Elisa ha sessant’anni, è divertente ed emozionante, alla faccia di quelli che dicono che le donne invecchiano peggio degli uomini, o che agitano lo spauracchio del nido vuoto.

Va là dai, che abbiamo un sacco di cose di fare, liberiamoci le mani e il tempo, che la vita è tutta davanti.
Come direbbero di un film: si ride, si piange, ci si commuove.

i regali di Gertrude

È la seconda primavera da che abbiamo comperato il giardino di Gertrude. L’anno scorso di questi tempi eravamo nel delirio del cantiere, mancavano due mesi al trasloco e le nostre preoccupazioni erano tutte per la casa, dove le demolizioni avanzavano a spron battuto scaraventando macerie fuori dalla finestra. Pazienza dicevamo, al giardino penseremo poi.
Il poi ci ha consegnato una landa selvaggia, gabinetto di tutti i gatti del quartiere, in cui una vita di piantagioni casuali di Gertrude se la spartiva con resti di cantiere, perdendo così ogni residuo di fascino eclettico e lasciando solo l’idea di incuria, imperdonabile in un giardino elvetico.
Per celebrare il trasloco, mantenere alto l’onore mediterraneo, e salutare il figlio partente per l’Inghilterra, abbiamo travasato una pianta di pomodori che ci ha stupiti con raccolti tardivi fino a settembre. Ma niente di più.
Ci dicevamo che presto il cantiere sarebbe ricominciato, le impalcature per il tetto avrebbero distrutto di nuovo il giardino, inutile lavorarci ora.
Poi però è arrivato il raccolto delle pere e le susine, l’uva. A fine estate il giardino ci ha offerto tante cose buone. Grazie a Gertrude che le ha piantate quando era giovane.
Ho capito che io non potrò decidere molto di questo giardino, lui ha già una storia, scomposta, caotica e disordinata, ma generosa e abbondante. Da ingrati non accoglierla. Bisognava provare a capirlo, sentire la sua musica.
A settembre ho regalato a mio marito tre alberi, due fichi e un ciliegio. Erano piccoli, lui era scettico. “non mangerò mai i frutti”
Il figlio grande era tornato per un weekend, lo abbiamo passato a zappare e piantare, io e lui, felici. E ora oplà.


Sospeso ogni progetto sul giardino, mi sono messa in ascolto.
E la primavera ha risposto.
Tutti quegli insulsi cespugli ed erbacce di cui non capivo il senso mi hanno offerto ogni giorno una sorpresa, da mucchi di terra brulla sono spuntate meraviglie, una palla di fiori minuscoli e bianchi lungo l’aiuola, giacinti, tulipani, narcisi e rose. Iris in ogni angolo. Lillà indisciplinato. Roba gialla non meglio definita in ogni dove. Grappoli viola in mezzo alle mattonelle.

Le sorprese continuano ogni giorno, grazie Gertrude.
Proverò a danzare la tua danza.

è questione di colonna sonora

Sono sempre più convinta che quella cosa che alcuni chiamano karma, destino, universo, assomigli parecchio a una colonna sonora.
Come se la vita fosse una danza di cui noi possiamo scegliere i passi ma non la musica. Resta quindi parecchia libertà, ma almeno un po’per vivere bene, bisogna accettare la musica che ci è stata assegnata.

Per quanto mi riguarda sono abbastanza sicura che nel mio repertorio il pezzo forte sia quella musichetta che a tutti ricorda i giocolieri del circo, tatta tara tara tatta tara…
Per parecchio la cosa mi ha fatto paura e imbarazzo, io volevo essere normale, aggraziata, elegante. Circondarmi di cose semplici, minimal, understatement e di classe.

Invece appena mi muovo intorno a me sembra addensarsi un ciclone. Col tempo ho scoperto che in quei cicloni succedevano anche un sacco di cose belle e che quelle arrivano a ondate. Un po’ ci ho fatto l’abitudine, un po’ ho imparato a danzare. Ora sento la musichetta che comincia e mi dico: via, si va, siamo in ballo. E alla fine arriva sempre una sorpresa.

Questa settimana il circo impazza, stanno succedendo cose bellissime, alcune molto attese, altre decisamente impreviste.

Per gentilezza settimana scorsa ho accettato di rispondere ad alcune domande di una giornalista svizzera. Credevo si trattasse di una cosa rapida, al telefono. Tema l’Italia in Svizzera. Mi è sembrato giusto farlo. Non avevo aguzzato bene le orecchie, il circo era in arrivo.

Le domande non erano al telefono, domani pranzo con la giornalista, poco male, proverò un ristorante a Losanna. Stamattina però è suonato il telefono:
– Pronto Alessandra? Ciao sono Salvatore, il fotografo, ti chiamo per organizzare lo shooting a casa tua. Scusa se non si sente bene, sono in un’isola vicino a Helsinki per un servizio su come i finlandesi cucinano nella sauna. Posso essere da te venerdì pomeriggio, va bene?

Venerdì pomeriggio dalle mie parti è la sera dell’amnistia; per entrare in casa tocca scavalcare le sacche di tutte le attività sportive della settimana depositate in ingresso; è quel momento in cui se fossi in Italia in questa stagione tireremmo tardi al parco e qualche genitore porterebbe una birra; poi direi a tutti di andarci a mangiare una pizza per non vedere lo stato della casa, ma vivo in Svizzera dove una margherita costa più di venti franchi. Allora chiudo gli occhi e mi abbaglio davanti al frigo vuoto, aspettando il sabato quando faremo spesa e pulizie.
E uno shooting io non lo faccio da quando avevo vent’anni. Il mio parrucchiere è a Milano e io non so più come ci si trucca.
Ma Salvatore mi ha garantito che di sicuro sarà più facile che coi finlandesi.

Passo e chiudo

– Pronto, Michela?

Ah, sì, salve signora Spada, non sa quanto l’ho pensata! Allora? Come va? È contento? Che dice? Ha chiamato?

-…?? Mhhh…ecco veramente io,… chiamavo lei per avere notizie. Cioé non voglio fare la mamma assillante e disturbare voi, ma dopo che lo abbiamo lasciato all’aeroporto da solo alle sei di mattina di martedì non abbiamo ricevuto nessuna notizia. So che voi sconsigliate di chiamare e non vorrei violare le regole, sono anche ottimista per natura e poco ansiosa, No news good news, e poi immagino che se non avesse trovato la tutor o fosse nei guai qualcuno ci avrebbe chiamato, almeno Scotland Yard…

Cosa??! Sta dicendo che non vi ha scritto neanche un messaggio per dire che era arrivato!!?? E no! Adesso lo chiamo io! Noi insistiamo sui telefoni, perché ci sono ragazzi svizzeri che passano un anno attaccati allo schermo chattando con gli amici al villaggio, ma un messaggio è il minimo! Ci ha presi troppo alla lettera! Ora ci penso io!

Ma, no, grazie, Michela non si preoccupi, vedrà che chiamerà quando arriverà in famiglia, immagino che se ci fossero problemi almeno lei saprebbe…

Ah, sì, certo, i colleghi inglesi ci hanno confermato che i ragazzi sono tutti arrivati sani e salvi e il camp procede per il meglio!

Questa è una bella notizia, ma quindi come funziona il camp, ci sono tutti i ragazzi svizzeri e poi domani li dividono per le varie famiglie?

No, l’arrival camp è con i ragazzi da tutto il mondo, tipo un jamboree, sono minimo sessanta e anzi di solito di più, per la maggior parte ragazze. Stanno insieme in ostello e in questo caso è un campo speciale con sightseeing per Londra. Dura fino a sabato poi vengono smistati dalle varie famiglie in giro per l’Inghilterra.

Ahh ciaone, adesso capisco, sono più di sessanta e per la maggior parte ragazze, insieme in ostello e in giro per Londra. Allora non ci preoccupiamo Michela, chiamerà, non siamo certo la sua priorità. Ci sarà tempo per fargli il discorso sulla buona educazione.
Quindi arriverà in famiglia sabato e lundì comincerà la scuola, bella prova! Comunque grazie delle informazioni Michela, è sempre gentile, buon lavoro cercherò di non disturbarla troppo. Arrivederci.

Ma no, signora mi raccomando mi faccia sapere, appena chiama o manda notizie, mi tenga informata, ci tengo.

Grazie ancora, certo, ma credo che sia più facile che sia lei a dare notizie a me!

… 3 minuti dopo

Cara Alessandra

La risposta di InterStudies é rincuorante 🙂 

That is a good sign – that G is happy and having a good time 🙂 

The arrival camp finishes on 01.09.2018 – and his host family are due to collect him at Exeter on Saturday evening at approx.. 5pm.

He is due to start school on the 5th September.

Che sia una buona serata ancora, Michela 

Passo e chiudo

 

Il giorno dell’apnea

Oggi è il giorno dell’apnea.

Il mio ragazzo è partito per dieci mesi.
Tutti mi chiedono e tu come stai?
Contenta, rispondo.

Lui era veramente contento, emozionato, stordito, indurmento per la levataccia sommata alla serata fuori con gli amici.
Bello come solo gli adolescenti sanno essere.
Si usa dire bellezza acerba. Ma a me sembra proprio una bellezza in fiore, in tutta la sua pienezza.
Tipo che la natura a quest’età sfoggi il meglio, è il momento di riempirsene gli occhi.
Come un verduraio la mattina presto al mercato mette in fila la merce lucida in ordine di colore, non si può fare a meno di guardarla e gioirne.

Per questo sono contenta.
E orgogliosa.
Io ho fatto la mia parte, l’ho messo al mondo e molto altro.
Ora sta a lui portare per il mondo tanta meraviglia e farne qualcosa di buono.

Mi dispiace un po’ di non potermene riempire gli occhi tutti i giorni. Sconsigliano di sentirsi spesso, aumenta la nostalgia. E assolutamente non bisogna andarlo a trovare. Quindi mi tengo la mia curiosità. Ci sono sempre stata. Il primo giorno di ogni nuova scuola. E mi sono riempita la pancia oltre agli occhi. Ma so che è il momento di farmi da parte, che il cordone ombelicale alla lunga soffoca. Lui si è già giocato i bonus cordone alla nascita, è ora che vada.

All’aeroporto mi ha abbracciata e gli arrivavo al petto, è ancora ossuto, ma ben più alto di me e anche di suo padre.
E lì è cominciato il conto alla rovescia.
Non posso essere sicura che tornerà, potrebbe piacergli talmente tanto da voler restare, gli abbiamo lasciato aperta quella porta.
Comunque non tornerà più lo stesso.
Chissà se mi butterà ancora le braccia al collo come un alano.
O mi dirà: “mamma ho le labbra screpolate”, alla fine al gate gli ho detto: “tienitelo il burro cacao” e adesso ce le ho screpolate io.

So che se la caverà.
Se solo risparmierà il tempo sprecato a litigare coi suoi fratelli per chi apparecchia la tavola o idiozie simili, avrà molto da investire su di sè.

Farà bene anche a noi. I suoi fratelli avranno spazio per dire scemate senza il suo sguardo severo. La sera potranno guardare un cartone animato senza discussioni.

E in un attimo giugno sarà qui.

Dovremo piantare i pomodori senza di lui, ché guai a fare un’estate senza il suo raccolto.

Gli ho nascosto una lettera nello zaino.

Quello che non gli ho scritto è che gli auguro di trovare il suo posto nel cuore, ché quello nel mondo può cambiare tante volte.

Con suo fratello quest’estate abbiamo letto Quando Hitler rubò il coniglietto rosa. Alla fine Anna guarda Parigi, stanno partendo ancora una volta, dopo essere fuggiti da Berlino prima in Svizzera. Parla con il suo babbo:

“Ci torneremo” disse il babbo.

Lo so” disse Anna. Allora si ricordò di quello che aveva provato quando erano tornati alla pensione Zwirn per le vanze e aggiunse: ” Ma non sarà più lo stesso…Parigi non ci appartiene. Credi che troveremo mai un posto che ci appartenga veramente?”

” Credo di no” disse il babbo. “Non potrà mai essere come per coloro che hanno trascorso tutta la loro vita nello stesso luogo. Ma sentiremo di appartenere un po’ a tanti posti diversi, e mi pare che anche questo sia altrettanto bello.”

Questo è il meglio che posso augurare ai miei ragazzi.

Cambio destinazione

Allora il mio ragazzo parte.

Non è per niente preoccupato, dice. Bene.
A parte che ci sono parecchie cose da fare e lui mi sembra molto molto rilassato, ma meglio così che il contrario.

Settimana scorsa per mettere un po’ di pepe sull’attesa, ci hanno comunicato che la mamma single che avrebbe dovuto ospitare lui e Carl, studente tedesco di cui non sapevamo nulla, ma nel quale riponevamo molte speranze, almeno di rispolverare il tedesco, beh insomma mamma Maria si è tirata indietro. Ha dei problemi e non se la sente di ospitare per quest’anno.

Il ragazzo rilassato ha mostrato un minimo di preoccupazione, poi ci ha messo sopra molte ore di sonno di seguito.

Noi ci siamo un po’ dispiaciuti, ce lo eravamo già immaginati al mare nella casetta con Maria e le sue bambine,  ma si sa immaginare troppo è una tecnica dell’ansia.  La scuola ci sembrava ottima e avevamo già anticipato i costi extra per il corso di letteratura francese, ché non possiamo permetterci un rientro a volo libero nel liceo francofono l’anno dopo.

Oggi ci hanno comunicato che una nuova famiglia si è resa disponibile e che non ci sarà bisogno di cambiare scuola, bene.

Ma dato che il destino è beffardo, la nuova famiglia sarà sì al mare, in quel bel posto sulla Manica che già ci immaginavamo.
Ma invece di una modernissima mamma single con due fatine che amano frozen, sarà una specie di tribù con cinque figli che vanno dai tre ai dodici anni. Tutti pigiati in una semidetached house.
Il mio ragazzo sarà sempre il maggiore, si vede che è il suo destino, ma in una sorta di contrappasso per tutte le volte che si è lamentato dei suoi fratelli, dovrà dividere casa con tre fratelli e due sorelle minori.
Tipo un po’ l’Apprendista Stregone quando cerca di abbattere la scopa e gli si moltiplica sotto gli occhi. E per non sentire troppa nostalgia, ci saranno anche due gatti.

Almeno quando tornerà apprezzerà la pace della nostra silenziosa casetta…

Come i Croods

 E così la nostra casetta sta prendendo forma. 

Non posso dire che non sia più un cantiere, data l’intensa frequentazione di operai e l’enorme ammasso di detriti che ancora invade il giardino.

Non posso dire che sia in ordine, la situazione è più o meno quella in fotografia, ci vorrà del tempo che per ora sembra prigioniero dell’effetto domino. Se l’elettricista non finisce, noi non possiamo montare gli scaffali nel seminterrato. Se non montiamo gli scaffali nel seminterrato, non possiamo riordinare il piano terra.
Se non possiamo sgomberare il piano terra, non abbiamo una stanza dove dormire.
Insomma tutta una catena di periodi ipotetici piuttosto faticosi.

Ma non so perché, d’improvviso questa fatica mi sembra più leggera.
Forse che siamo arrivati a uno stato di stanchezza ormai lisergico.
Forse perché ridurre di due terzi il numero dei figli grazie agli scout, alleggerisce di per sè.
Di sicuro ogni volta che faccio la pipì coi piedi sulle margherite che ho disegnato io, l’umore mi migliora.
Il fatto poi di possedere addirittura un bidet, da ieri in funzione, è emozionante.

E anche dormire tutti insieme, nell’unica stanza veramente finita, noi per terra di fianco al letto a castello, uno sopra l’altro come i Croods, con i gatti che si infilano felici nei buchi facendo le fusa, ché finalmente questi umani hanno capito il senso della famiglia, anche questo ha il suo fascino.

E una volta tanto voglio sistemare questa casa con calma, nessuno ci corre dietro, per la prima volta, dopo tanto tempo.
È un lusso che mi voglio godere fino in fondo.

 

cantiere mediterraneo

Le radici sono importanti.
Ce le si porta dietro per tutta la vita.
Ovunque si vada.
E noi che siamo partiti grandicelli e non siamo andati neanche troppo lontano, non abbiamo fatto altro che allungarle un pochino, il ché le ha solo rinforzate.
E si vede.

Per quanto tentiamo minimamente di integrarci nel panorama elvetico, di darci un contegno alpino, comprare casa, fare ordine nelle nostre vite, il Mediterraneo ci appartiene, anche a chi tra noi non lo vuole ammettere.
E si palesa in modi più o meno inattesi.

Già dall’acquisto della casa avremmo dovuto capirlo, siamo penetrati nel cuore germanico della signora Gertrude, e lei avrebbe voluto pranzare con noi per festeggiare il passaggio di proprietà.
Contagiata, da me sicuramente, settimana scorsa si è spinta fino a telefonare al capo famiglia, nel pieno di un consiglio di facoltà, per dirgli che passando, probabilmente la casa di riposo li ha portati in gita, aveva visto una persiana che sbatteva e temeva fossero entrati i ladri.
Mai si è data tale sollecitudine tra i suoi avi teutonici. Immagino il giubilo di mio marito nel rispondere al suo teutovodese.

Passati poi al cantiere, le demolizioni hanno rivelato muri costruiti con decine di tipi di mattoni diversi, di chiara ispirazione paleocristiana, praticamente abbiamo comperato una basilica. Diciamo che scaldare la villa di Nerone sarebbe più semplice, ma ci stiamo attrezzando.

Ma la rivelazione dell’ineluttabile presenza mediterranea nelle nostre vite si è avuta con la scelta di materiali e manovalanza. 

Dopo mesi di alambiccamenti, richieste di preventivi, tentativi di comprendere come funzionino il lavoro artigianale, l’importazione di merci, la certificazione degli impianti, sotto la bandiera rosso crociata, siamo arrivati a produrre una Babele. 
Il puzzle comprende, fornitori siculi di sanitari tedeschi, questo perché la fiducia prima di tutto e perché ogni volta che telefonavo per chiedere un informazione, dietro al Prònto? palermitano, sentivo il rumore del mare.
Ad essi si aggiungono muratori portoghesi, elettricisti spagnoli, idraulici albanesi, imbianchini e parquettisti lombardi.
Tale scelta ogni tanto produce qualche piccolo cortocircuito, tipo la vasca da bagno depositata oggi sul marciapiede senza preavviso.

Ma anche un simpatico clima di collaborazione per cui il muratore portoghese ha telefonato all’elettricista spagnolo che ha avvisato l’idraulico albanese, che spero sia andato a portare dentro la mia vasca e il mio gabinetto, altrimenti a fine giugno gli mando a casa mio figlio minore con tutta la sua scorta di topolini per le sue sedute di 45′ sul trono. 

In tutto questo il cantiere pare avanzare. Si continua a demolire alla caccia di una fogna misteriosa. Ma si costruisce anche qualcosa e si posano dei tubi talmente nuovi e moderni che la nostra casetta pare raddrizzarsi tutta fiera delle attenzioni.

 

Resta comunque traccia della nota creatività ed estro mediterraneo anche nella posa di attrezzature di precisione elvetica, perché appunto le radici sono importanti.

Intanto per spingerci ancora più in là, dall’altra sponda pare che siano partite le mie piastrelle. In questo momento le mie margherite stanno viaggiando dal Marocco verso le Alpi, preparerò il marciapiede per la prossima consegna. 

Solo a me

L’ironia si sa aiuta. 
Per reagire alla centrifuga della vita quotidiana, io ho sempre cercato di ridere coi miei figli. E soprattutto di ridere di me.

Ci sono una manciata di frasi con cui temo si ricorderanno di me.

La prima è in realtà una serie di variazioni sul tema: la normalità.

Dopo aver passato più della metà della mia vita ad inseguire una non meglio definita normalità, verso i trent’anni ho cominciato a pensare che forse non era un così bel obbiettivo. Verso i quaranta poi, ho capito che io e lei abbiamo proprio poco in comune. E me ne sono fatta una ragione.

Così ho dato voce a questa scoperta in tutte le sue sfumature. E arricchito il mio repertorio di frasi colorite a riguardo.
Riferendomi ai miei familiari mi capita di dire:

” No, va beh, ma il giorno che distribuivano i normali, io dov’ero? Sicuramente assente!”

Cioé io mi ero anche messa in coda, ma quando è arrivato il mio turno, i normali li avevano finiti!”

Guidando la macchina su e giù per le strade svizzere intasate di improbabili conducenti in bislacchi mezzi di trasporto:

Ma quando esco io, i normali li chiudono tutti in casa?! Neanche uno ne lasciano in giro!”

E via di questo passo, con parecchie variazioni.

Oltre al mio complesso rapporto con la normalità, altro oggetto di ludibrio è la mia attitudine a stabilire relazioni verbali in tempo istantaneo con qualsiasi interlocutore, foss’anche inerte. Altrimenti detto, parlare anche coi sassi.

Il fatto è che io non sono semplicemente chiacchierona, troppo facile.
A me succede che dopo due minuti in coda alla cassa del supermercato la cassiera cominci a raccontarmi la sua vita e io la mia, al quinto minuto stiamo confrontando i nostri parti, al settimo lei ha strappato di mano in punti per le figurine alla vecchietta dietro di me, tanto lei vive sola col chiwawa, non ha nipotini cosa se ne fa delle figurine, è cattiva di certo non le regala a nessuno,  capace di venderle, le porti lei al suo bambino!

E questo non una volta per caso, sempre.
Una cosa che fa impazzire mio marito. ” Solo a te puo capitare”
E che sempre nei vent’anni ho pensato fosse strana.
Nei trenta un fardello da gestire.
Ora serenamente la prendo come una risorsa che la vita mi ha dato, che mi ha portato più bene che male, di sicuro mi aiuterà a sopravvivere in questo freddo Paese.

Oggi però ho superato ogni limite.
Pensavo che a stimolare le confidenze altrui fosse qualcosa nel mio linguaggio non verbale, l’abitudine compulsiva a sorridere, il colore degli occhi, dei capelli, qualcosa che mi fa sembrare rassicurante al di là di ogni mia intenzione.

Invece.
Ho chiamato il call center della banca per protestare perché l’importantissimo assegno di vendita della nostra casa non era stato ancora accreditato, quindi convinta di essere gelida e risentita, molto professionale nel discutere e programmare le prossime destinazioni di quel denaro, estinzione di mutui, trasferimenti all’estero, cose complicate e serie, di cui ne va un pezzo importante del nostro immediato futuro, e…

Al terzo minuto di conversazione:

Mi  scusi signora, posso chiederle una cosa?

Certo, mi dica Veronica.

Mi scusi se ne approfitto, ma lei mi ha detto che sta in Svizzera e sa mio marito sta in Svizzera anche lui, e….

Ecco ora io so molte cose di Veronica, di suo marito, dei loro problemi immobiliari, ipotesi di ricongiungimento familiare in terra elvetica.
E lei ha ricevuto importanti informazioni sulle opportunità di acquisto casa e trasferimento nella Confederazione.
Intanto abbiamo programmato le mie future operazioni finanziarie e sono certa che Veronica se ne prenderà la giusta cura.

Non so se oggi è capitato a molti altri clienti del call center, penso solo a me.