Lin, Chiara, Carlotta e Nina

Il ladro di codici Alessandra Spada Solferino

E in questo autunno strano, un po’ entusiasmo, un po’ paura, le mie quattro ragazze tornano il libreria, insieme ai compagni di avventure del CRAC.

Tornano per chi mi legge, perché per me non se ne sono mai andate.

Lin, Chiara, Carlotta e soprattutto Nina, sono sempre a casa mia, partecipano alle vivaci discussioni adolescenti (belli gli eufemismi) con una battuta smorzatensione; protestano quando tocca riordinare o studiare roba inutile; apprezzano la buona cucina e il gioco di squadra; ogni tanto mi tengono sveglia la notte a risolvere un mistero; talvolta ascolto i loro problemi di cuore; ma soprattutto mi fanno divertire parecchio.

#IlLadrodiCodici @Solferino dal 22 ottobre nelle migliori librerie e prima ancora, cioè oggi, si può prenotare su quelle piattaforme che te lo mandano a casa.

Il mondo ha bisogno delle ragazze

L’ho già detto che a me la vita arriva a ondate.
Forse succede a tutti così. Ma a me di certo parecchio.
Ci sono mesi in cui mi sembra di tirare a fatica un carretto a testa bassa, tipo un bue nei campi che vede solo dove posa i piedi. Poi ci sono altri mesi, a volte anni, in cui continuo a lanciare il cuore oltre l’ostacolo, a fare progetti, ma del genere aquilone che rompe il filo o messaggio nella bottiglia, che lo si lascia andare, ma non si sa se e dove arriverà.

Poi però, per fortuna, arriva il momento della raccolta e delle soddisfazioni. A me non è ancora capitato di poter scegliere né come né quando; di fare una cosa organizzata, un programma con un calendario. Ma sta succedendo che i miei libri si fanno, qualcuno li sceglie e li produce, qualcuno li sceglie e li legge. E questo ha qualcosa di miracoloso ai miei occhi.
Mi sembra ancora presto per crederci, ma sta succedendo.

Però anche i miei libri hanno vita propria e arrivano a ondate. Non riesco a essere precisa, come Isabel Allende che tutti gli anni, lo stesso giorno, si chiude nella casetta in fondo al giardino e inizia un nuovo libro. Beh forse quando si è Isabel Allende le cose vanno diversamente. Magari anche JK Rowling programma e organizza.

Io so solo che parecchio tempo fa mi sono immaginata un quaderno per ragazze, e ho cominciato a riempirlo di disegni e di storie, ma non troppo perché volevo avesse spazio libero, che ciascuna potesse riempire di sè.
E dapprincipio mi hanno detto che i libri per ragazze funzionavano rosa; poi che tutti gli scaffali erano occupati da idee grandiose multimilionarie. Ma io volevo quel quaderno e volevo fosse dedicato a mia figlia.

E a un certo punto il mio progetto ha trovato mani amorevoli e un po’ incoscienti come quelle di Settenove, una piccola casa editrice sulle colline che pubblica libri coraggiosi.
E quindi eccolo qui, e qui, e qui. E nelle migliori librerie da settimana prossima.

E mentre io inseguivo Lin, Carlotta, Chiara e Nina, Il mondo ha bisogno delle ragazze trovava la strada delle librerie, e come tutti i progetti a cui si è lavorato per tanto tempo, alla fine è diverso da come era partito, ma non poteva essere altrimenti è cresciuto nel viaggio.

Beh, mi saprete dire, io son qui che aspetto che arrivi oltralpe. Quella in foto è la mano di Monica Marinelli che tiene la prima copia.

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Quando si aspetta tanto una cosa, sembra non arrivare mai.
Ma è vero anche il contrario.
Quando ci rigiriamo in mano qualcosa di nostro per parecchio tempo, non viene mai il momento di separarsene.
Se poi questo momento corrisponde al rendere pubblica una scelta che ci siamo rigirate in mente, nel cuore e nella pancia per un tempo ben più lungo di una gestazione, allora tutti i pudori si fanno avanti.
E quindi eccomi qui, a parlare di una cosa bellissima, che succederà tra sette giorni, in coincidenza con il compleanno di mia madre, ma che se dovessi pensare quando è cominciata farei fatica a non dire che c’è sempre stata.

Poco tempo fa un caro amico, rinomato giornalista e scrittore, mi ricordava di quando a otto anni, per intrattenerci durante un interminabile viaggio verso la Normandia, io e la mia amica Giovanna ci dilettassimo a scrivere un romanzo. Ricordo che scrivevo in un quadernino dalla copertina telata verde. Si trattava di una storia complicata e piuttosto avventurosa, di sicuro c’erano i cow boys, passione della Gio che al gabinetto di casa godeva della lettura della collezione di Tex di suo padre. Io l’avevo spuntata sul nome del protagonista: si chiamava Billy, come il mio gatto.
L’incipit di questo disperso capolavoro della letteratura, è rimasto indelebilmente scolpito nella memoria del mio amico, pare dicesse: “Eravamo in Piazza Trafalgar Square…”.

Ora è necessaria una piccola parentesi sulla Giovanna, che spero non me ne avrà. Prima di quel viaggio in Normandia – in Cinquecento, Ford Transit e tende ché erano ancora i vent’anni dei nostri genitori – io e la Gio avevamo vissuto un’esperienza piuttosta rara per due figlie uniche, rimasta per me negli anni a venire pietra di paragone di tutto il resto.
Suo padre, che aveva fatto il liceo in classe con mia madre, era partito per un anno a insegnare in Egitto e lei e sua mamma sarebbero rimaste a Milano. Io e la mia, un po’ provate dopo due anni di vita condivisa in una bella casa sovraffollata – meriterebbe un’altra parentesi, ma sarà per la prossima volta – eravamo state ben felici di andare a vivere con un’altra coppia mamma figlia. Così io e la Gio ci siamo trovate sorelle per un anno. Non so se lei ne fosse felice quanto me.
Ma io di quella cameretta condivisa ho un ricordo meraviglioso. I lunghi pomeriggi a costruire case di Barbie nelle due file parallele di cassetti blu sotto la finestra; scendere nel giardino condominiale per giocate senza guardiani; la merenda speciale di quando arrivava sua nonna Liliana e portava i krumiri; il Cebion che faceva le bolle di nascosto; ma soprattutto la sera, il momento del magone: nei nostri due lettini accostati chiacchieravamo fino a notte fonda, interrotte solo dal rumore del 33 giri di Grease che chiedeva di essere girato.
Parlavamo di tutto, dei nostri amori, molto di cinema. Io preferivo Paul Newman, lei Robert Redford. La Gio aveva già una passione, che poi è stata così brava da trasformare in mestiere.
Ma soprattutto inventavamo un sacco di storie, che l’estate successiva diventarono il nostro primo romanzo.

Ecco se devo pensare a un inizio, lo trovo solo in quelle sere al buio in una cameretta coi letti gemelli. Solo che la Gio è stata più brava di me e ha capito presto che poteva diventare un mestiere.
Io invece ci ho messo quarant’anni e faccio ancora fatica a dirlo ad alta voce: io invento delle storie. Mi vengono su quasi tutto quello che vedo e sento, anche su quello che annuso. E le ho sempre scritte, nei miei quaderni, e nei miei sogni. Le invento soprattutto pensando alle ragazze e ai ragazzi che le leggeranno.

E mentre tutti parlano di #SalTo per una brutta storia, nello stand di @Solferinolibri succede una cosa per me bellissima:

copertina del libro Il codice delle ragazze di Alessandra Spada #ilcodicedelleragazze #crac #alessandraspada
@Solferinolibri #ilcodicedelleragazze #SalTo

il coraggio della fotografia

Il mese scorso per distrazione ho accettato di rilasciare un’intervista. Ero convinta si sarebbe trattato di qualche domanda veloce al telefono. Invece no. Quando la giornalista mi ha proposto di incontrarci a pranzo a Losanna, mi è sembrato scortese tirarmi indietro, comunque sarebbe stata l’occasione per conoscere qualcuno in questo paese in cui stento a metter radici e provare un ristorante sconosciuto. La chiacchierata è stata molto piacevole. Ma ho capito troppo tardi che sarebbe stata seguita da un servizio fotografico – a casa mia.
La settimana era di quelle da dimenticare, sabato all’alba saremmo partiti per l’Inghilterra, il venerdì oltre a essere la vetta del caos domestico era quel giorno del mese in cui ci meriteremmo tutte di poter restare a letto con una tisana a leggere un romanzo, e non è scritto nella costituzione solo perché non abbiamo ancora abbattuto il patriarcato.
Ma l’universo di questi tempi è gentile con me. Così a casa mia è arrivato il fantastico Salvatore Vinci che vive tra Atene e Zurigo e davvero sa come mettere a proprio agio davanti all’obbiettivo; ha conquistato mio figlio minore con la comune fede interista, e a suon di “che si deve fa’ per campà” abbiamo messo insieme un servizio sugli italiani in Svizzera per il Magazine Migros.

Ora quest’evento di per sè minimo sta avendo una serie di conseguenze impreviste che mi fanno riflettere.

  1. L’intervista è uscita settimana scorsa, un micro trafiletto per il quale la giornalista si è scusata, avrebbe voluto scrivere di più ma si sa come vanno i giornali. Si figuri Patricia non importa, peccato che da più di un’ora di chiacchiere, sia rimasta fuori contesto la frase sulla carta igienica. Mi ha scritto aggressiva una conterranea da Berna accusandomi di denigrare Milano e il nostro Bel Paese agli occhi degli svizzeri che non aspettano altro, in quale scuola dissestata avevo mandato i miei figli? Ecco se servisse una lezione su come poche righe possono essere travisate. Io adoro la mia città, ne ho nostalgia, soprattutto della scuola in cui ho creato tanti legami duraturi e dove torno spesso. Ma credo anche fermamente che se possiamo fare qualcosa per il nostro Paese è raccontare le cose come stanno, nella speranza di cambiarle.
  2. Non mi piaccio in fotografia; è l’unico residuo di vanità che mi resta, potrei anche chiamarlo pudore, comunque come dice la mia amica Margherita, la Ferrante è un genio. Detto ciò credo che tutte dovremmo essere più clementi con noi stesse. Ricordo nettamente quando ho dovuto scegliere una foto per il lancio di Faccio Quello Che Posso non ero per niente felice dell’unica che avevo trovato, mi sembravo vecchia e grassa. Riguardandola ora, accanto allo scatto professionale di Salvatore, mi sembro oggi ancora più vecchia, più grassa e anche più triste. Ma andando un pochino oltre posso dare un nome a tutte quelle cose. Sono stata molto triste di essere emigrata, è stata dura non avere amici e dover imparare una nuova lingua e non poter lavorare come prima. Fa freddo qui per me, e le palestre sono carissime, non ho nessun aiuto in casa e i miei figli hanno avuto bisogno di me. A lungo quindi non ho trovato tempo e voglia per fare sport. Non ho neanche il mio bel farmer market dove chiacchierare con le amiche mentre si compra frutta e verdura allegra. Ho preso diversi chili, fatti di tristezza, formaggio, e solitudine.
  3. MA, in tutto quel tempo ho scritto e disegnato due libri, pensavo fosse un’ancòra di salvezza, ma mi è piaciuto davvero. Ho deciso di continuare a farlo e pare proprio che sarà così . QUINDI le cose cambiano. Ho passato il C2 di francese, non posso pretendere di più, parlerò sempre buffo, ma devo cominciare a dire di sapere questa lingua. Ho deciso di cambiare mestiere, circa. Non so smetterò mai di dire che sono architetta, ma voglio avere il coraggio di dire: scrittrice e illustratrice. E allora ci ho attaccato anche, di nuovo, insegnante, che mi è sempre piaciuto. Ho preso un master in insegnamento e promozione della lingua e della cultura italiana a stranieri. E poi ho ricominciato a studiare, letteratura italiana, e l’ho trovato bellissimo, tipo che tutti dovremmo tornare sui classici da grandi. E sono stata ammessa alla quasi impossibile Haute Ecole Pédagogique. E questo weekend la mia vita sociale svizzera ha avuto un’impennata quasi milanese, ho festeggiato con amiche italiane e siamo stati invitati a una cena da amici scout, quasi come ai vecchi tempi.
    A fine agosto avrò la mia prima classe. E in mezzo ci saranno parecchie sorprese e una vacanza al mare e forse allora sulla mia faccia si leggerà tutto questo.