il coraggio della fotografia

Il mese scorso per distrazione ho accettato di rilasciare un’intervista. Ero convinta si sarebbe trattato di qualche domanda veloce al telefono. Invece no. Quando la giornalista mi ha proposto di incontrarci a pranzo a Losanna, mi è sembrato scortese tirarmi indietro, comunque sarebbe stata l’occasione per conoscere qualcuno in questo paese in cui stento a metter radici e provare un ristorante sconosciuto. La chiacchierata è stata molto piacevole. Ma ho capito troppo tardi che sarebbe stata seguita da un servizio fotografico – a casa mia.
La settimana era di quelle da dimenticare, sabato all’alba saremmo partiti per l’Inghilterra, il venerdì oltre a essere la vetta del caos domestico era quel giorno del mese in cui ci meriteremmo tutte di poter restare a letto con una tisana a leggere un romanzo, e non è scritto nella costituzione solo perché non abbiamo ancora abbattuto il patriarcato.
Ma l’universo di questi tempi è gentile con me. Così a casa mia è arrivato il fantastico Salvatore Vinci che vive tra Atene e Zurigo e davvero sa come mettere a proprio agio davanti all’obbiettivo; ha conquistato mio figlio minore con la comune fede interista, e a suon di “che si deve fa’ per campà” abbiamo messo insieme un servizio sugli italiani in Svizzera per il Magazine Migros.

Ora quest’evento di per sè minimo sta avendo una serie di conseguenze impreviste che mi fanno riflettere.

  1. L’intervista è uscita settimana scorsa, un micro trafiletto per il quale la giornalista si è scusata, avrebbe voluto scrivere di più ma si sa come vanno i giornali. Si figuri Patricia non importa, peccato che da più di un’ora di chiacchiere, sia rimasta fuori contesto la frase sulla carta igienica. Mi ha scritto aggressiva una conterranea da Berna accusandomi di denigrare Milano e il nostro Bel Paese agli occhi degli svizzeri che non aspettano altro, in quale scuola dissestata avevo mandato i miei figli? Ecco se servisse una lezione su come poche righe possono essere travisate. Io adoro la mia città, ne ho nostalgia, soprattutto della scuola in cui ho creato tanti legami duraturi e dove torno spesso. Ma credo anche fermamente che se possiamo fare qualcosa per il nostro Paese è raccontare le cose come stanno, nella speranza di cambiarle.
  2. Non mi piaccio in fotografia; è l’unico residuo di vanità che mi resta, potrei anche chiamarlo pudore, comunque come dice la mia amica Margherita, la Ferrante è un genio. Detto ciò credo che tutte dovremmo essere più clementi con noi stesse. Ricordo nettamente quando ho dovuto scegliere una foto per il lancio di Faccio Quello Che Posso non ero per niente felice dell’unica che avevo trovato, mi sembravo vecchia e grassa. Riguardandola ora, accanto allo scatto professionale di Salvatore, mi sembro oggi ancora più vecchia, più grassa e anche più triste. Ma andando un pochino oltre posso dare un nome a tutte quelle cose. Sono stata molto triste di essere emigrata, è stata dura non avere amici e dover imparare una nuova lingua e non poter lavorare come prima. Fa freddo qui per me, e le palestre sono carissime, non ho nessun aiuto in casa e i miei figli hanno avuto bisogno di me. A lungo quindi non ho trovato tempo e voglia per fare sport. Non ho neanche il mio bel farmer market dove chiacchierare con le amiche mentre si compra frutta e verdura allegra. Ho preso diversi chili, fatti di tristezza, formaggio, e solitudine.
  3. MA, in tutto quel tempo ho scritto e disegnato due libri, pensavo fosse un’ancòra di salvezza, ma mi è piaciuto davvero. Ho deciso di continuare a farlo e pare proprio che sarà così . QUINDI le cose cambiano. Ho passato il C2 di francese, non posso pretendere di più, parlerò sempre buffo, ma devo cominciare a dire di sapere questa lingua. Ho deciso di cambiare mestiere, circa. Non so smetterò mai di dire che sono architetta, ma voglio avere il coraggio di dire: scrittrice e illustratrice. E allora ci ho attaccato anche, di nuovo, insegnante, che mi è sempre piaciuto. Ho preso un master in insegnamento e promozione della lingua e della cultura italiana a stranieri. E poi ho ricominciato a studiare, letteratura italiana, e l’ho trovato bellissimo, tipo che tutti dovremmo tornare sui classici da grandi. E sono stata ammessa alla quasi impossibile Haute Ecole Pédagogique. E questo weekend la mia vita sociale svizzera ha avuto un’impennata quasi milanese, ho festeggiato con amiche italiane e siamo stati invitati a una cena da amici scout, quasi come ai vecchi tempi.
    A fine agosto avrò la mia prima classe. E in mezzo ci saranno parecchie sorprese e una vacanza al mare e forse allora sulla mia faccia si leggerà tutto questo.

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